domenica 4 febbraio 2007

(foto: Luca Gianotti)

Il turismo responsabile - cioè il turismo ispirato a principi di giustizia sociale ed economica, al rispetto dell’ambiente e delle culture - è tornato a casa? Di certo sino a qualche tempo fa le destinazioni preferite dai turisti più consapevoli erano in Africa, Asia e America Latina, e i viaggi erano spesso organizzati in collegamento con le organizzazioni non governative impegnate nella cooperazione, in una visione del turismo quale sostegno allo sviluppo nel sud del mondo. Oggi invece l’Associazione Italiana Turismo Responsabile (www.aitr.org), e anche i tour operator specializzati più qualificati (www.viaggisolidali.it; www.viaggiemiraggi.org), guardano con un interesse nuovo all’Italia, specie a quelle aree rimaste al margine della crescita economica.
È il caso dei molti borghi distribuiti lungo tutto l’arco dell’Appennino, che corrono il rischio di essere lasciati in custodia a pochi anziani, o di diventare un anonimo agglomerato di seconde case sempre chiuse, a parte poche settimane d’estate. Per evitare questo destino, occorre in primo luogo conservare ai residenti la proprietà di terreni e case, restaurandole e aprendole ai visitatori con la formula del Bed & Breakfast o dell’albergo diffuso. Ma le nuove forme di organizzazione ricettiva, da sole, non bastano; il vero valore aggiunto, quello che l’industria del turismo, anche la più raffinata, non potrà mai offrire, è lo stretto rapporto che il visitatore può stabilire con la comunità locale, quando questa viene resa protagonista dello sviluppo turistico del proprio territorio, mostra (e riscopre essa stessa) con orgoglio le proprie tradizioni, i mestieri, i saperi accumulati nei secoli, in una parola la propria identità.
È il modello adottato con successo nel piccolo paese di Cerreto Alpi (Reggio Emilia), dove una cooperativa locale, “I briganti di Cerreto” (
www.ibrigantidicerreto.com), ha saputo trattenere diversi giovani impiegandoli nella gestione del territorio e nel turismo di comunità. Il risultato di una prova diretta: alloggio (nelle case del paese) semplice e confortevole; gastronomia eccezionale per la qualità delle materie prime impiegate (dalla farina di castagne alla carne di cinghiale) e l’abilità delle cuoche, che sono spesso le mamme e le nonne del paese; affascinanti visite guidate nei boschi secolari di castagni, anche d’inverno con le tradizionali racchette da neve (ciaspole), o di notte, per ascoltare i lupi. I prezzi, come sempre nell’ambito del turismo di comunità, sono decisamente contenuti.
Sono invece ispirate ad una vera e propria “filosofia del camminare” - ritmi lenti, un rapporto profondo con la natura e le persone incontrate per via - le proposte (nell’Appennino o in altre regioni) dell’associazione “La Boscaglia” (
www.boscaglia.it), che alterna percorsi nei parchi nazionali ai “Viaggi del viandante”, tra borghi, castelli, conventi, chiesette, camminando lungo le vie tracciate nei secoli da pellegrini, pastori, cacciatori; da non perdere il trekking con l’asino, che porterà il vostro bagaglio, ma del quale dovrete prendervi cura...
Scendendo lungo la penisola, a Cannara Umbra (PG), vicino al Monte Subasio e a poca distanza da Assisi, opera “La Tana libera tutti” (
www.latanaliberatutti.it), un centro di vacanze con un’offerta specialmente pensata per gruppi, bambini e ragazzi, ospitati in un ostello all’interno del borgo storico, in un antico convento ristrutturato.
Al turismo di comunità si guarda naturalmente con particolare interesse nel Mezzogiorno, anche solo per mancanza di alternative. in Campania, a Salerno, si distingue il borgo medievale di Sieti (
www.sietipaesealbergo.it), con alloggi turistici realizzati in immobili rurali, palazzi nobiliari e conventuali, nei vicoli del centro storico. Oppure potremmo ricordare Castiglione di Sicilia (Catania), affacciato sulla valle dell'Alcantara, nel Parco dell’Etna, che offre anch’esso proposte di albergo diffuso nelle case del paese (www.arcisicilia.it/castiglione).
L’esperimento più interessante, più maturo e significativo è a mio giudizio quello realizzato dalle coraggiose donne sarde di Iglesias (
www.domusamigas.it), le quali, dopo aver lottato a lungo e senza successo per difendere le tradizionali attività minerarie ormai superate, che davano lavoro ai loro uomini, hanno saputo trasformare la protesta in creatività. E anche qui il turismo di comunità – insieme ad agricoltura biologica, artigianato ecc. – è riuscito a limitare gli effetti della spirale perversa di disoccupazione ed emigrazione.
Beninteso, il turismo di comunità è ancora allo stato nascente, con numeri ridotti (e probabilmente non sarà mai, anche per sua natura, un fenomeno di massa). Ma sono presenze che pesano, nel quadro di un turismo leggero, sostenibile, che non richiede nuove costruzioni, che lascia sul territorio tutti i profitti, e che incide positivamente sulla qualità della vita di chi vi abita. Non è un modello universale, ma potrebbe funzionare in molte parti d’Italia: andremo verso il turismo del futuro a dorso d’asino?

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