martedì 27 maggio 2008


Al termine del film “Gli Aristogatti” il perfido maggiordomo Edgar viene spedito imballato in una cassa a Timbuctu: riuscirà mai a tornare? E Julia Roberts in “Notting Hill” dice seccata a Hugh Grant “beccato” dai paparazzi: “Domani ci saranno foto tue su tutti i giornali da qui a Timbuctu”. Già, ma dov’è Timbuctu? Curioso, tutti ne conoscono il nome, ma quasi nessuno sa dove sia, e qualcuno la ritiene addirittura un luogo di fantasia... Invece esiste, eccome, in Mali, distante e appartata rispetto alla capitale Bamako, oggi la città più importante del Paese. Ma certo prima che un luogo reale Timbuctu è un affascinante simbolo di lontananza. Questa immagine si è formata all’inizio dell’Ottocento, quando la città era effettivamente difficile da raggiungere, e cominciò a risvegliare le ambizioni degli esploratori, pungolati dal desiderio di gloria e dai premi favolosi promessi dalle società geografiche inglesi, francesi e tedesche. Per alcuni divenne quasi un ossessione, come René Caillié, che dopo infinite peripezie finalmente la raggiunse nel 1828, travestito da arabo, e riuscì a tornare e raccontarla.
Ma questa immagine è solo una delle molte che la “città misteriosa” - lo slogan turistico odierno - ha saputo proporre nella sua lunga storia, e che l’antropologo Marco Aime ha ripercorso in questo libro profondo ma anche chiaro e di piacevole lettura, combinando ricerca scientifica e scrittura di viaggio.
Fino al XII secolo Timbuctu era poco più di un’oasi, ma cominciò allora un rapido sviluppo favorito dalla sua posizione strategica lungo il fiume Niger, sul confine tra deserto e savana. Per chi arrivava da Nord era l’inizio del mondo degli uomini, per chi arrivava da Sud la frontiera con il vuoto del deserto. Insomma quella città, che per gli Europei rappresentava la “fine del mondo”, era in realtà il centro di un altro mondo.
Timbuctu si impose all’attenzione universale nel 1324, quando il suo sovrano Kanka Musa intraprese un fastoso pellegrinaggio alla Mecca, accompagnato da tutti i dignitari, mille soldati, cinquecento cavalieri, diecimila portatori e altrettanti cammelli schiacciati sotto il peso di due tonnellate e mezza d’oro. La munificenza del sovrano creò l’immagine dell’Eldorado d’Africa, e si favoleggiò per secoli di miniere d’oro, in realtà inesistenti. Infatti la ricchezza della città veniva soprattutto dal commercio: sale da Nord, oro e schiavi da Sud. Per secoli furono proprio i commerci a mettere la città in contatto con tutto il mondo circostante, sino al Mediterraneo. E come quasi tutte le città mercantili, fu abitata da una mescolanza di genti, e visse libera e disponibile ai piaceri terreni che la ricchezza portava con sé.
I notabili di Timbuctu finirono per abbracciare l’Islam, distaccandosi dai culti delle popolazioni circostanti, in particolare dai minacciosi tuareg (il cui nome significa appunto “senza dio”). Nel XIV e XV secolo la città divenne famosa per le sue moschee e per le numerose scuole coraniche: migliaia di studenti vi accorrevano per ascoltare insegnanti provenienti da India, Persia, Spagna. La popolazione faceva a gara nell’acquistare manoscritti, molti dei quali sono ancora oggi consultabili nelle biblioteche cittadine, pubbliche e private, sia pure con qualche preoccupazione per la loro conservazione. Dunque un Islam colto, che si riconosceva nel detto illuminato “l’inchiostro dei saggi è più importante del sangue dei martiri”. Un Islam di mercanti, aperto e tollerante, tanto da scontentare molti, tra cui l’illustre viaggiatore Ibn Battuta, che rimase sfavorevolmente colpito dalla libertà di cui godevano le donne di Timbuctu. Ma quando rimproverò un uomo, la cui moglie discorreva liberamente nel cortile con uno sconosciuto, questi lo mise a posto dicendogli “non sono come le donne del vostro Paese”... Tanto più spiace che oggi prevalgano invece chiusure e intolleranze sostenute anche dai finanziamenti sauditi, un Paese che l’Occidente, e in particolare gli Stati Uniti, considera senza troppe ragioni amico.
Verso la fine del XVI secolo le caravelle sconfissero i cammelli, deviando i traffici commerciali, e causando il declino di Timbuctu, aggravato dall’invasione marocchina del 1591. Oggi la città vive povera, dimenticata, e confida nel turismo per una possibile ripresa. Dal 1998 è nella lista del Patrimonio dell’Umanità Unesco, ma i turisti in Mali sembrano preferirgli la regione abitata dai Dogon, e solo 5/6.000 visitatori vi giungono ogni anno. Oltretutto molti turisti restano confusi, e anche delusi, al cospetto di Timbuctu, e dopo averla a lungo sognata, la trovano quasi insignificante. In parte ciò è dovuto all’assenza dei riferimenti consueti. Per esempio mancano monumenti imponenti, dal momento che la città è costruita in terra, e gli edifici più antichi assomigliano a quelli recenti. Manca anche un gruppo etnico ben definito: la sua storia ne ha fatto una città di stranieri, di gente venuta da ogni dove. In fondo arrivarci è la vera attrattiva, avere quel timbro sul passaporto... E purtroppo i turisti di solito non hanno il tempo e la preparazione per approfondire la molteplicità di volti e di storie, che è la vera ricchezza della città. Una città santa e pura, per i musulmani; un luogo di commerci e piaceri, per i mercanti sahariani; un immenso Eldorado, vista dal Mediterraneo; un altrove mitico e irragiungibile, per gli esploratori... Davvero Timbuctu ha tanti nomi - “Regina delle sabbie”, “perla del deserto”, “Mecca del deserto”, “Atene africana”- e tanti volti, quanti sono gli sguardi dei viaggiatori, come Despina, una delle “città invisibili” raccontate da Calvino, che si raggiunge per nave o per cammello, e si presenta differente a chi viene da terra e a chi dal mare: “Il cammelliere che vede spuntare all’orizzonte dell’altipiano i pinnacoli dei grattacieli, le antenne radar, sbattere le maniche a vento bianche e rosse, buttare fumo i fumaioli, pensa a una nave... Nella foschia della costa il marinaio distingue la forma d’una gobba di cammello, d’una sella ricamata di frange luccicanti tra due gobbe chiazzate che avanzano dondolando, sa che è una città ma la pensa come un cammello... Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone”.

Marco Aime, “Timbuctu”, Bollati Boringhieri, Torino 2008, pp.200, € 10,00.

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