
TURISMO SCARPONE
Con gli alpini sui campi di battaglia della Prima guerra mondiale
I luoghi dove si svolsero le grandi battaglie che hanno cambiato il corso della storia – Canne, Hastings, Waterloo, Verdun, El Alamein... - hanno sempre esercitato una forte attrazione, e hanno prodotto un turismo particolare (“Battlefield Tourism”). L’anniversario della fine della Grande guerra può dunque essere l’occasione per un viaggio nel più importante evento del XX secolo.
La Prima guerra mondiale si concluse quando gli Italiani, dopo quattro anni di lotte durissime, riuscirono ad aprirsi la via di Vienna. Ottant’anni dopo (1918-2008) l’anniversario di quell’impresa non sembra aver destato molto interesse. Forse perché gli Italiani a Vienna c’erano già, questa volta, impegnati nel Campionato europeo di calcio, e il problema, semmai, era di non tornare a casa troppo presto (come puntualmente è avvenuto). Dell’anniversario si sono ricordati invece benissimo gli alpini, che nella Grande guerra ebbero un ruolo principale, dal momento che si combatté in regioni di montagna, e dunque di leva alpina. Per l’occasione l’Associazione Nazionale Alpini - ANA (380.000 soci, 81 sezioni in Italia e 31 all’estero) ha presentato i risultati di un lungo e impegnativo lavoro di recupero e valorizzazione dei campi di battaglia, le cui condizioni erano ormai divenute critiche. Infatti, subito dopo la fine delle ostilità, questi furono abbandonati a sé stessi, salvo occasionali celebrazioni. La povera gente del luogo asportò tutto quello che poteva essere riutilizzato (furono detti appunto “recuperanti”), e a poco a poco le opere militari si deteriorarono per l’azione corrosiva del tempo e delle stagioni. Da alcuni decenni tuttavia le diverse sezioni dell’ANA si sono messe all’opera per arrestare il degrado, e ciascuna sezione si è occupata della sua valle e della sua montagna, con inevitabile varietà di criteri, ma con un ottimo risultato complessivo. Migliaia di volontari hanno ripulito, sistemato e reso praticabili al pubblico trincee, camminamenti, cittadelle militari, casematte, ricoveri, gallerie, cimiteri di guerra, in qualche caso vivendo nelle tende in quota, come al tempo del servizio militare. Anche i nemici di un tempo, i Kaiserjäger austriaci, hanno collaborato. Una legge dello Stato, e vari finanziamenti, anche della Comunità europea, hanno poi permesso di completare il percorso avviato spontaneamente. Quando il lavoro volgeva ormai al termine ci si è resi conto, quasi con sorpresa, che tutti questi interventi si componevano in un disegno unitario, in un unico, immenso museo a cielo aperto che va dall’Ossola alla Carnia, e lega insieme le montagne di Lombardia, Trentino, Veneto e Friuli. Nel frattempo l’escursionismo storico è molto cresciuto e, per rispondere a questa domanda, il volume che avrebbe dovuto censire i diversi interventi è stato integrato con informazioni di carattere turistico: itinerari, musei, manifestazioni ecc. Tanto valeva forse, a questo punto, realizzare due diversi progetti editoriali, ma anche così questo libro offre molti spunti interessanti per il turista.
Una prima curiosità: i Ticinesi hanno alle porte di casa la parte meglio conservata del fronte, ovvero le gigantesche fortificazioni della Linea Cadorna, costruite lungo il confine italo-svizzero nel timore che il nemico violasse la neutralità elvetica, come già aveva fatto con quella del Belgio. La linea si è conservata quasi intatta, con i suoi 70 km di trincee e i 500 km di strade militari o mulattiere, come sospesa nel tempo, in attesa di un nemico che non arrivò mai. E il forte di Montecchio Nord, nei pressi di Colico (Lecco), è l’unico ancora armato con i cannoni d’epoca.
Spostandosi verso Est, ogni luogo ricanta l’epica vicenda in forme sempre diverse. Sull’Adamello i nemici più pericolosi erano la montagna e l’inverno, e ogni azione militare si trasformava in un’impresa alpinistica. Sul Passo dello Stelvio è invece possibile visitare il cimitero militare più alto d’Europa. Molti dei luoghi più suggestivi sono naturalmente in Trentino, dove il fronte s’incuneava profondamente in territorio italiano, e dove l’Austria-Ungheria nel 1916 sferrò una pericolosa offensiva, la cosiddetta “Spedizione punitiva” (Strafexpedition), fallita d’un soffio. A Trento è d’obbligo una visita al Museo nazionale storico degli alpini, sulla Rocca del Doss. Ma il luogo della memoria più sentito dagli alpini è la “Colonna mozza” sull’Ortigara. Su questa montagna, che gli Austriaci avevano fortificato sino a renderla quasi imprendibile, l’ostinazione del generale Luca Montuori sacrificò in vani assalti 16.000 soldati di 22 battaglioni. Il 19 giugno 1917 gli alpini riuscirono ugualmente a conquistare la cima dell’Ortigara, coprendo le pendici coi loro morti, ma solo per esserne ricacciati da forze austriache superiori. In Trentino la guerra ha sfiorato anche i luoghi più belli, come le Dolomiti, che furono testimoni di spettacolari combattimenti sulle vette, guerre di mine e contromine gigantesche (per esempio sul Col di Lana), e soluzioni organizzative geniali come la città nel ghiaccio austriaca sulla Marmolada. Il percorso più interessante è sulla Cengia Martini, vicino a Cortina d’Ampezzo, dove la prima domenica di settembre si organizza un’accurata rievocazione storica con figuranti in uniformi d’epoca.
Assai meno visibili sono invece le tracce della guerra sull’altopiano del Carso: il terreno friabile ha inghiottito tutto, e ha fatto sprofondare ogni segno delle passate tragedie. Qui, ai piedi delle Alpi Giulie, nelle sanguinose battaglie dell’Isonzo, 300.000 soldati persero la vita per contendersi qualche chilometro di terreno privo di valore strategico. Come scrisse un soldato austriaco nel suo diario: “Nei giorni successivi alla battaglia gli oggetti che appartennero ai morti vengono raccolti presso la Brigata. Mucchi di portafogli marroni, rossi, neri, sdruciti, macchiati di sangue, libretti paga, piastrine di riconoscimento. Molte lettere, italiane, austriache... Cara mamma, cara moglie, cari figli... fotografie di bambini, bambini italiani e austriaci, macchiate, sporche, insanguinate”. Poco oltre, sulle pendici del San Michele, altri centomila morti. Giunti al confine orientale, il viaggio sarebbe concluso, ma l’ultima tappa è ovviamente a ritroso, sul Piave e sul Monte Grappa, dove gli Italiani ripiegarono dopo la disastrosa sconfitta di Caporetto (ottobre 1917) per allestire una disperata difesa, che preparò la successiva controffensiva e la vittoria finale.Solo visitando di persona i luoghi si può comprendere pienamente il significato e la portata di questi eventi. Meglio ancora se sarete guidati sui sentieri della guerra dagli stessi alpini: a questo fine, prima della partenza, contattate le sezioni locali (anche attraverso www.ana.it). L’abolizione dell’esercito di leva ha molto ridotto la consistenza delle truppe alpine, ormai prive anche dell’inseparabile mulo (in “pensione” dal 1993), ma lo spirito resta quello di un tempo: un forte senso di solidarietà (gli alpini sono regolarmente impegnati nella Protezione civile), semplicità, concretezza, poche parole e molti fatti, come in questo caso. Davvero Italiani anomali, ma avercene.
“Con gli Alpini sui sentieri della storia. I luoghi della Grande Guerra”, Mursia, Milano 2008, pp.328, € 20,00 Etichette: Recensione "Azione"

A volte, durante un viaggio, svaniscono improvvisamente tutti i riferimenti abituali, e ci troviamo, confusi e spaesati, in un luogo che non avremmo mai pensato di visitare. Benvenuti a Nowhere...
Il viaggio si distingue da un’esperienza turistica soprattutto per lo spazio lasciato all’imprevisto. Nel viaggio si segue un programma di massima, si mantengono aperte a lungo diverse possibilità, si compiono deviazioni, si corre il rischio di qualche disavventura. Nel turismo invece il programma è più vincolante, e anche se si proclama “turismo d’avventura”, resta sempre un’esperienza protetta, sicura, dove l’imprevisto è considerato un sinonimo di errore, qualcosa che non deve succedere. Turismo insomma è sapere dove si è. Per questo il turismo può produrre semmai i tanto vituperati “non luoghi”, secondo la fortunata espressione coniata dal sociologo Marc Augé, ovvero luoghi puramente funzionali, anonimi, senza storia e senza identità, come i grandi aereoporti internazionali, o i villaggi vacanza. Solo in viaggio possiamo invece trovarci d’improvviso a Nowhere. Nowhere può essere ovunque, è al tempo stesso un luogo, una situazione e uno stato d’animo di disorientamento.
Nowhere prende forma davanti a noi quando scopriamo che non siamo dove credevamo di essere, quando perdiamo tutte le coordinate geografiche, temporali e psicologiche e ci guardiamo attorno perplessi: “Cosa ci faccio qui?” A questo tema Lonely Planet/EDT ha dedicato un’antologia – “Tales from Nowhere” è appunto il titolo originale - che raccoglie i racconti di trentuno famosi scrittori di viaggio, tra cui Rolf Potts, Pico Iyer, Danny Wallace e altri.Anche i luoghi sono i più vari, vicini o lontani, familiari o esotici, in tutti i continenti. A dire il vero non tutti i racconti sembrano rispettare esattamente il tema assegnato, ma forse era inevitabile, considerato l’argomento: si sarà perso anche il curatore, dentro la sua antologia... Inoltre, come sempre accade in libri di questo genere, i racconti sono disuguali per qualità, ma alcuni sonodavvero interessanti.
Per esempio Don Meredith, durante un viaggio in Kenia, incontra un amico meccanico, e si lascia convincere a seguirlo sul suo carro attrezzi fino a un posto chiamato Ngobit, dove deve riparare un minibus guasto. Mentre attende che l’amico finisca il suo lavoro in questo piccolo villaggio africano, di cui ignorava l’esistenza sino a poche ore prima, Don familiarizza con gli abitanti, e si ritrova a bere birra calda e a discutere con loro se Shakespeare sia mai esistito. Un’avventura simile accade a Karla Zimmerman, quando l’autobus su cui viaggia ha un incidente in una remota zona collinare del Vietnam, e si trova coinvolta nella vita cordiale di un piccolo agglomerato di case senza negozi né telefono, che sorge a una curva qualunque della strada: un luogo che sarebbe stato soltanto una fuggevole impressione dal finestrino. Conor Grennan invece viaggia in bicicletta in Sri Lanka, senza sapere che è nel pieno della stagione delle piogge. Oltretutto si perde, e nel mezzo di un diluvio irrompe a tutta velocità dentro un negozio sperduto nella foresta, dove l’unico cibo disponibile sono... delle torte di compleanno al cioccolato, ma così buone da non poterci credere: le torte più buone di tutto lo Sri Lanka. Infine Judy Tierney, che viaggia con una rigida tabella di marcia, rimane bloccata in un’improbabile locanda in una località di passaggio, a Chitimba, in Malawi. Mentre attende inutilmente un mezzo di trasporto che non arriverà mai, impara il significato profondo delle parole “poli, poli” (nella lingua locale “niente fretta, niente fretta”): la sola massima indispensabile in un continente dove con la fretta non si va da nessuna parte, e dove niente marcia secondo un orario prefissato.
Sono storie ed esperienze diverse, a volte tristi e tragiche, a volte sorprendenti e gioiose. In tutti i casi, superato lo smarrimento iniziale, si stabiliscono pian piano i nuovi punti di riferimento, e si finisce spesso per scoprire che il posto dove siamo capitati, contro ogni probabilità, ha qualcosa da dirci. Nowhere non è alla fine di una strada chiusa, semmai è un incrocio tra strade diverse: rivela connessioni, soluzioni, nuove prospettive, altre vite. Vite che, chissà, avrebbero potuto essere anche le nostre, se solo tanto tempo fa avessimo detto altre parole, per esempio sì invece di no, e fatto altre scelte. In fondo quello che per noi è Nowhere, per altri è un luogo familiare, quotidiano, la loro casa. Per un momento proviamo così l’esperienza di essere il pezzo di un altro puzzle, diverso da quello cui abitualmente apparteniamo. Nowhere insegna che il mondo è pieno di sorprese, se sappiamo abbandonarci ad esso, e se sappiamo coltivare le qualità necessarie per viverci pienamente: umiltà, curiosità, coraggio, senso dell’umorismo, tolleranza, comprensione, compassione.
Nowhere è anche intorno a noi, ma spesso non ce ne accorgiamo, perché per scoprirlo dobbiamo imparare a guardare con occhi diversi. È il filo conduttore del racconto più sorprendente, quello di Jason Elliot. Sulla via del ritorno dal Medio Oriente, Jason accetta l’invito di un amico, e si ferma in una grande capitale dove mondo arabo e africano s’incontrano. Si dirige verso il quartiere dove vive l’amico, con un crescente senso di disagio: è una zona dove la polizia non si azzarda a entrare, e gli abitanti se ne vantano. Qui nessuno parla inglese, si vedono uomini col turbante e donne velate. Da vecchi edifici in mattoni si affacciano negozi con insegne in caratteri arabi, dai quali si sprigionano odori di kebab e di tutte le altre cucine d’oriente. Quando si ferma a comprare della carne, il macellaio musulmano gli parla di giovani partiti per una guerra lontana e impopolare, di attentati suicidi in centro, di incertezza politica e di crisi economica. Finalmente, con passo sempre più affrettato, Jason raggiunge la casa dell’amico, dove finalmente può rasserenarsi tra volti familiari, si affaccia alla finestra e vede all’orizzonte...il Big Ben.
Don George (curatore), “Dove sono finito? Storie inaspettate da luoghi inaspettati”, EDT, Torino 2008, pp.242, € 14,50
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L’albergo è un luogo che serve a visitarne altri. Ma qualche volta è l’albergo stesso a diventare un’attrazione, per la bellezza architettonica, o per la sua lunga storia. Visitare un albergo storico può essere un affascinante esercizio di “turismo sperimentale”. Pensare a un albergo come a un grande contenitore di storie, quelle di tutte le persone che hanno soggiornato nelle sue stanze.
Il Grand Hotel di Rimini (www.grandhotelrimini.com) è il simbolo della più nota città balneare italiana, ma al tempo stesso non gli appartiene veramente. Come amava ripetere anni fa un suo proprietario, è un’immensa astronave bianca atterrata qui per sbaglio. È un presidio di eleganza e decoro formale in una regione rumorosa e popolare. Se ne sta - ma non è chiaro come - a fianco di parchi di divertimento, discoteche e stabilimenti balneari; i suoi camerieri – inappuntabili - scivolano leggeri a poche centinaia di metri dai bagnini in canottiera, padroni della spiaggia. Ma forse è più semplice ricordare che è il solo albergo a 5 stelle in una città che ne conta quasi 2.400.
Il Grand Hotel fu inaugurato cent’anni fa, nel luglio 1908, e il suo creatore fu l’architetto sudamericano Paolito Somazzi, attivissimo anche a Lugano, dove progettò (o ristrutturò) molti degli alberghi sorti tra XIX e XX secolo, tra cui l’Eden e lo Splendide. Da qui una certa d’aria di familiarità, che in un primo momento non riuscivo a spiegarmi. Quando ancora Rimini non era Rimini, e cercava la sua collocazione nel nascente turismo, il Grand Hotel si proponeva a una clientela mitteleuropea agiata e aristocratica, che cercava di attirare con feste e mondanità. Ma la proposta ebbe poco successo, e presto si affacciarono le prime difficoltà finanziarie, poi ricorrenti nella storia dell’albergo. Durante il fascismo arrivarono invece a Rimini i turisti delle classi medie e poi, negli anni del decollo economico nel secondo dopoguerra, tutti gli altri, a milioni. Qui gli Italiani impararono la nuova grammatica delle vacanze: abbronzatura, castelli di sabbia, bikini, canzoni, amori estivi...
Appena giunti davanti all’albergo, si ha una strana impressione di disorientamento, che si scopre poi essere letterale. Infatti Il Grand Hotel si nega sdegnoso alla vista del mare e dell’infinita spiaggia adriatica, ad eccezione di poche camere (per le quali si paga però un sovrapprezzo: il senso pratico dei riminesi non viene mai meno). La facciata in stile liberty guarda invece in direzione del Kursaal, lo stabilimento termale scomparso da tempo. Attraverso il parco si giunge alla famosa terrazza, e si entra nella hall immensa. Molto è rimasto com’era: decorazioni color oro e avorio, statue fin de siècle e grandi lampadari di cristallo. Salendo ai piani si attraversano corridoi dai piacevoli colori tenui, con pavimenti in marmo. Al centro di ciascun piano dell’edificio si trovano le suite più lussuose: la 315, la più ambita, è inarrivabile, ma a inizio stagione, come ora, quando i prezzi sono ancora abbordabili, una stanza in questa macchina del tempo diventa accessibile a (quasi) tutti, anche per meno di 200 euro a notte. Ne vale la pena: la “mia” 327 ha vecchi pavimenti in legno, un letto con le cortine rosso scuro, mobili d’epoca. La cultura dell’ospitalità riminese non poi ha eguali. Che curiosa razza di uomini è questa! Litigiosi e polemici tra loro sino allo sfinimento, quanto disponibili e cordiali coi visitatori.
Dopo vicende travagliate, e numerosi cambi di proprietà (è stato anche dell’immobiliarista Danilo Coppola), l’albergo è tornato ora in mani romagnole. In città è stata accolta con sollievo la notizia dell’acquisto da parte dell’imprenditore Antonio Batani, che l’ha pagato 65 milioni di euro. Nemmeno molto, ma bisogna considerare che la sfida che l’attende è enorme: l’albergo mostra in più parti i segni del tempo e ora, dopo anni di trascuratezza, dev’essere rimodernato, rispettando molti vincoli (dal 1994 è monumento nazionale), valorizzando le parti originali, ma al tempo stesso integrandole sapientemente con servizi moderni. Per misurare le difficoltà, basti pensare che il Ritz di Londra, che ha festeggiato anch’esso il secolo di vita nel 1906 (www.theritzlondon.com/about/history.asp), ha investito nell’impresa oltre 50 milioni di sterline, in 10 anni di lavori.
Nel nome di Fellini
Nella sua lunga storia l’albergo ha accolto, almeno per una notte, un elenco infinito di sovrani, statisti, uomini di cultura, scienziati, attori, cantanti... da Enrico Caruso a Sting, da Pedro Almodovar a Sharon Stone; e ancora George Bush e Gorbacev, Lady Diana e il Dalai Lama... Ma l’albergo ha legato il suo nome soprattutto al riminese più illustre, Federico Fellini, nel cui nome si svolgono ora tutte le celebrazioni. Negli anni Trenta un Fellini adolescente contemplava dal buio della strada le luci sfavillanti di una mondanità esotica e irraggiungibile: “Le sere d'estate il Grand Hotel diventava Istanbul, Bagdad, Hollywood. Sulle terrazze, protette da cortine di fittissime piante, forse si svolgevano feste alla Ziegfield. Si intravedevano nude schiene di donne che ci sembravano d'oro, allacciate da braccia maschili in smoking bianco, un venticello profumato ci portava a tratti musichette sincopate, languide da svenire ... Soltanto d'inverno, con l'umidità, il buio, la nebbia, riuscivamo a prendere possesso delle vaste terrazze del Grand Hotel fradice d'acqua”. Questa immagine del Grand Hotel, ricostruito a Cinecittà, è celebrata in “Amarcord” (1973): sono nella memoria collettiva la scena in cui la giovane bellezza del luogo si offre a un annoiato principe in una stanza dell’albergo con parole che diventeranno poi il suo soprannome: “Gradisca...”, mentre il fanfarone Biscein pretende di essersi introdotto di nascosto nell’albergo, e di aver passato la notte con le concubine di un emiro.
Sin dagli anni dell’Università Fellini visse quasi sempre a Roma, ma alloggiava abitualmente al Grand Hotel ogni volta che tornava a Rimini. E proprio seguendo le tracce di Fellini è possibile scoprire un volto inatteso di Rimini, quartieri dove il turista giunge di rado: una Rimini sorprendentemente bella e caratteristica, la città dei riminesi, che ne hanno costruito un’altra sul mare ad uso dei forestieri, forse perché non si accorgano di questa.
Dalla Marina ho risalito il Porto canale sul fiume Marecchia fino al ponte romano di Tiberio, oltre il quale s’intravede Borgo San Giuliano, coi suoi murales di soggetto felliniano. Piegando a sinistra, lungo il Corso di Augusto, s’incontra subito il Cinema Fulgor: in cambio dell’ingresso gratuito, il giovane Fellini disegnava ritratti di attori celebri per il proprietario. Poco oltre Piazza Cavour è il centro della città, dove fuori stagione ancora si trascina lenta la vita di provincia raccontata ne “I vitelloni”. Infine vicino al tempio Malatestiano e alla stazione c’è il Museo Fellini. Questo itinerario può concludersi al Cimitero comunale, dove Fellini è sepolto insieme a Giulietta Masina. Ma forse è meglio riprendere la via del mare, e tornare verso le spiagge, luogo delle prime scoperte del corpo femminile (“La città delle donne”). E ancora oltre, sino al mare aperto dove, ancora in “Amarcord”, passa il transatlantico “Rex”, con a bordo quel bel mondo internazionale per cui il Grand Hotel era stato invano costruito. Etichette: Recensione "Azione"

Qualche settimana fa abbiamo parlato di Timbuctu, la città del Mali che molti pensano non esista nella realtà. Shangri-La è il suo opposto: è una città immaginaria, ma molti credono che esista davvero; tra questi, l’interessato governo della Cina.
Shangri-La è il nome della comunità raccontata nel romanzo “Orizzonte perduto” (Sellerio), pubblicato da James Hilton nel 1933. La trama racconta di quattro visitatori occidentali che, in seguito a un incidente aereo, arrivano in una valle alle pendici dell’Himalaya: “Era uno spettacolo strano, e quasi incredibile. Un gruppo di edifici variamente colorati stava saldamente sul fianco del monte ... con la grazia di petali sparsi su una rupe rocciosa.” Qui un grande monastero accoglie una società sobria, armoniosa e pacifica. Gli abitanti di Shangri-La, provenienti da diversi Paesi, hanno bandito spontaneamente tutti i vizi che affliggono gli uomini. Il loro tempo è interamente dedicato a preservare e tramandare le più alte creazioni intellettuali e artistiche di ogni epoca e civiltà - dall’artigianato cinese a Mozart - nella convinzione che un’epoca di barbarie stia per abbattersi sul mondo: uno stato d’animo comprensibile se pensiamo che Hilton scriveva quando fascismo e stalinismo dominavano la scena politica, e che proprio nell’anno di pubblicazione del romanzo i nazisti presero il potere in Germania. Il loro sguardo peraltro si volgeva nella stessa direzione, a Oriente: nel 1938-’39 infatti, quando ormai era prossima la Seconda guerra mondiale, il capo delle SS Heinrich Himmler inviò una spedizione di SS sull’Himalaya per una stravagante missione scientifica: sul tetto del mondo gli scienziati tedeschi avrebbero dovuto trovare la testimonianza delle origini della “razza ariana” (Christopher Hale, “La crociata di Himmler. La spedizione nazista in Tibet nel 1938”, Garzanti).
Contro ogni aspettativa dell’autore, e nonostante il giudizio non entusiasta dei critici, il romanzo di Hilton ebbe un grande successo di pubblico. Fu il primo libro tascabile (pocket book) venduto negli Stati Uniti, nel 1937 Frank Capra ne ricavò un film premiato con due Oscar, e il presidente Franklin Delano Roosevelt volle chiamare Shangri-La la sua residenza di campagna (oggi più nota come Camp David). Negli anni seguenti numerosi sognatori, avventurieri ed esploratori cercarono Shangri-La in diverse regioni dell’Asia, e alcune località in varie parti del mondo si sono attribuite quel nome. Ma dov’è la vera Shangri-La?
Alla ricerca di Shangri-La
Diverse suggestioni si combinarono nella mente di Hilton per creare Shangri-La, ma nessuna indicazione nel volume è abbastanza precisa per identificare un luogo particolare. Probabilmente Hilton s’ispirò a un altro curioso personaggio – l’ennesimo in questa vicenda! - il botanico Joseph Rock. Nel 1921 Rock si era recato nella Cina Sud-occidentale per conto del Ministero dell’agricoltura americano, con il compito assai concreto di trovare una specie di castagno resistente ai parassiti. Colto dalla passione per l’etnografia e l’Oriente era invece rimasto nello Yunnan, e si era dedicato interamente allo studio delle popolazioni locali, pubblicando i suoi resoconti di viaggio su “National Geographic”. E proprio sulle orme di Joseph Rock si è posto a sua volta Lawrence Osborne, il giornalista americano che un paio di anni fa si è segnalato all’attenzione del pubblico per le sue disincantate riflessioni sul turismo contemporaneo (“Il turista nudo”, Adelphi), e che ora propone questo breve e curioso libro di viaggio. Strada facendo, Osborne riesce a trovare diverse tracce del soggiorno di Rock. Nel villaggio di Yuhu, pochi chilometri a nord di Lijiang, la sua casa è stata trasformata in un piccolo museo, e al centro del lago di Lugu, sull’Isola del serpente, si conserva un’altra sua dimora.
Il viaggio di Osborne si conclude idealmente a Zhongdian, al confine col Tibet, nella città che nel 2001 il governo cinese, con disprezzo del ridicolo, ha ribattezzato appunto Shangri-La. In realtà è persino incerto se Rock vi mise mai piede. Ma soprattutto qui nulla ricorda la pacifica utopia intravista o sognata da Hilton. Cartelloni freschi di stampa mostrano cime innevate con la scritta “Shangri-La!”, ma l’abitato è squallido e caotico. Il monastero tibetano di Songzanlin, saccheggiato e chiuso durante la Rivoluzione culturale, è stato restaurato e riaperto per i turisti. Infiniti cantieri costruiscono alberghi che paiono prigioni: del resto Zhongdian/Shangri-La richiama già tre milioni di visitatori l’anno, ma sono solo le avanguardie di legioni ben più numerose. Il governo cinese infatti da qualche tempo punta molto sul turismo: il turismo internazionale naturalmente, ma anche il turismo domestico di milioni di cinesi che escono progressivamente dalle ristrettezze, e vogliono viaggiare, divertirsi, conoscere, ma senza troppe raffinatezze né sottili distinzioni. Il turismo è una risorsa preziosa specialmente per queste regioni occidentali della Cina, sin qui meno coinvolte nello sviluppo industriale, e quindi più arretrate economicamente, ma al tempo stesso, proprio per questa ragione, più ricche di attrazioni, a cominciare da quelle minoranze etniche (Naxi, Mosuo) che Joseph Rock aveva tanto amato. A lungo perseguitate, oggi queste genti sono blandite dal governo cinese, purché acconsentano a mostrarsi nei loro costumi tradizionali, come indiani nelle riserve.
Triste epilogo mercantile per un sogno di pace e di speranza. Del resto, ricondotta al suo significato più profondo, la vicenda della vecchia come della nuova Shangri-La mostra una dinamica ricorrente nella storia dei rapporti tra Occidente e Oriente: l’Occidente ammira negli orientali la sapienza e il distacco dai beni materiali, mentre questi ci invidiano la prosperità materiale. E finché ciascuno insegue l’altro, non si incontreranno mai, e Shangri-La, inteso come il luogo d’incontro di civiltà diverse, rimarrà appunto un’utopia.
Lawrence Osborne, “Shangri-La”, Adelphi, Milano 2008, pp.56, € 5,50.
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Il 31 agosto 2007 è una data memorabile nella storia dell’aviazione, anche se pochi se ne sono accorti: quel giorno nei cieli europei si sono incrociati ben 33.500 voli low cost. Una rivoluzione in pieno svolgimento che sta cambiando radicalmente la mobilità europea, e attraverso questa la geografia, la società, l’economia, gli stili di viaggio. È percio utile il libro del giornalista Emanuele Giusto che, per quanto un po’ ripetitivo in alcune parti, propone un quadro d’insieme completo e alla portata di qualunque lettore.
Un modello diverso
Il viaggio di Giusto, che dà il titolo al libro, prova che il low cost è uscito dalla sua fase sperimentale, ed è qui per restare. Basti pensare che ogni anno circa duecento milioni di persone volano a basso costo in Europa, dove trenta compagnie si dividono questo mercato, che vale un terzo del trasporto aereo complessivo. Anche se il modello low cost è nato negli Stati Uniti con la compagnia Southwest, solo nel nostro continente sono disponibili così tanti voli, e a un prezzo così basso. Tra le 50 ragioni per amare l’Europa, Beppe Severgnini metteva i “voli aerei a buon mercato. Per un coppia di Varese, un weekend a Varsavia costa meno di una cena in città”. Nel 2007 Ryanair, la principale compagnia low cost europea, ha trasportato 42,5 milioni di passeggeri (British Airways “solo” 27 ml) con 163 aerei e 620 voli al giorno, collegando 120 destinazioni, e con un costo medio del biglietto di appena 44 euro (contro i 186 di Alitalia, per esempio). Alla base di questo successo c’è un modello d’impresa diverso da quello delle tradizionali compagnie di bandiera. La flotta è composta da aerei nuovi, così da ridurre i consumi, e dello stesso tipo, per risparmiare sui costi di manutenzione. Hanno però più posti a sedere (sono quindi un po’ più scomodi), e un’unica classe turistica. In media volano di più e con più posti occupati. Anche il personale lavora di più, ed è pagato di meno. Ogni altro costo o servizio non strettamente indispensabile viene implacabilmente tagliato (No frills); il ricorso a Internet elimina la necessità di intermediari, e l’utilizzo di aereoporti secondari riduce ulteriormente i costi. La sicurezza è allo stesso livello di tutte le altre compagnie, anzi maggiore, dato che gli aerei sono più moderni. E anche la puntualità, necessaria per garantire più voli al giorno, è superiore alla media.
Uno sguardo al futuro
Le compagnie low cost sono sopravvissute a colpi durissimi - l’11 settembre, l’aumento del costo del carburante ecc. - che hanno invece messo in ginocchio molte compagnie tradizionali. Si avviano ormai a monopolizzare i voli diretti a corto raggio (point to point), mentre cercano un modello organizzativo che consenta loro di aggredire anche il mercato dei voli intercontinentali, dove però non sembra possibile trasferire le logiche sin qui sperimentate. E se in passato erano considerate compagnie per giovani squattrinati, oggi i loro sforzi maggiori sono rivolti a chi viaggia per lavoro (un terzo della clientela low cost), con offerte mirate alle aziende piccole e medie, interessate a contenere i costi, ma anche alla puntualità.
L’orizzonte insomma è roseo, ma caldo. L’incognita principale è rappresentata infatti dai problemi ambientali, e in particolare dal riscaldamento globale, che si vorrebbe contenere anche con restrizioni ai voli (dal 2011). Le compagnie low cost reagiscono con irritazione a queste misure, rivendicando giustamente che i loro aerei consumano e inquinano meno dei vecchi modelli; ma il vero problema è che queste compagnie provocano una crescita esponenziale del numero dei voli, poiché solo facendo volare milioni di passeggeri possono sostenersi.
Un nuovo stile di viaggio?
Le compagnie low cost hanno introdotto nell’ambito dei viaggi nuovi consumi, che sono presto diventati anche nuovi stili di vita. L’equivalente per le passate generazioni furono i biglietti ferroviari cumulativi InterRail (www.interrailnet.com), che consentivano epici viaggi estivi di mesi, ai quali seguivano lunghi periodi di immobilità. Per la nuova generazione – che veste Zara, arreda la casa con Ikea, e telefona con Skype - volare spesso in un Paese straniero è invece un’esperienza quasi banale. Il concetto di distanza si ridefinisce, e famiglia, lavoro, amore, amicizie sono sempre più spesso separati nello spazio anche da centinaia di chilometri. Per esempio chi lavora al Nord acquista seconde case in Francia o in Spagna nei pressi degli aereoporti serviti dalle compagnie low cost, e vi trascorre quasi tutti i fine settimana. Per beneficiare delle tariffe più favorevoli, questi nuovi viaggiatori programmano con largo anticipo, ma sono anche pronti a cogliere occasioni last minute, e seguendo le lusinghe di una tariffa scontata vanno spesso alla scoperta di luoghi che non avrebbero mai pensato di visitare. Il viaggio diventa insomma più breve e frequente: alla fine il risparmio svanisce e si finisce per spendere lo stesso, ma viaggiando di più. I giovani cresciuti con Internet e l’Erasmus, che hanno reti di amicizie nelle diverse città europee, si ambientano facilmente, per gli altri un certo spaesamento è forse inevitabile. È nata la Low Cost Generation?
Alcuni consigli per muoversi nel mondo low cost
- Aspettatevi lunghe file al check-in, e qualche volta orari di partenza improbabili. Arriverete probabilmente in aereoporti distanti dalla città (per esempio Beauvais è a 70 km da Parigi), mettete quindi in conto un’ora di autobus aggiuntiva e 20 euro di biglietto.
- Per beneficiare delle offerte low cost occorre avere parecchio tempo da spendere navigando in Internet, e un quadro ben chiaro dei propri impegni: infatti i biglietti a minor prezzo vengono offerti tra 70 e 50 giorni prima della partenza. All’ultimo momento i prezzi possono salire alle stelle (se l’aereo è pieno) o scendere al minimo (se è vuoto).
- I prezzi delle compagnie low cost non saranno sempre quelli pubblicizzati, ma sono davvero bassi; e la nuova normativa obbliga ora a indicare il prezzo finale, tasse incluse. Attenzione però ai vari e fantasiosi sovrapprezzi, che possono far lievitare di parecchio un biglietto. Per esempio si paga per utilizzare la carta di credito, così come per ogni bagaglio stivato, che non deve superare un peso fissato (di solito 15 kg): un piccolo sovrappeso può costare carissimo (anche 6-10 € per chilo!). Leggete con attenzione le pagine web, il sistema spesso seleziona in automatico alcune voci di spesa non indispensabili, quali le assicurazioni.
- Non aspettatevi servizi che non siano strettamente concordati, né eccezioni di sorta: l’aereo partirà senza di voi se siete in ritardo (anche senza colpa). Spostare il volo o cambiare intestario del biglietto è mission impossible, perciò se qualcosa va storto, meglio metterci una pietra sopra: di solito i reclami cadono nel vuoto, e le compagnie low cost spesso non hanno neanche un centralino!
Emanuele Giusto, “Il giro d’Europa con 30 Euro* (*168,98 tasse incluse). Low Cost, istruzioni per l’uso”, Feltrinelli, pp.224, € 13,00
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Al termine del film “Gli Aristogatti” il perfido maggiordomo Edgar viene spedito imballato in una cassa a Timbuctu: riuscirà mai a tornare? E Julia Roberts in “Notting Hill” dice seccata a Hugh Grant “beccato” dai paparazzi: “Domani ci saranno foto tue su tutti i giornali da qui a Timbuctu”. Già, ma dov’è Timbuctu? Curioso, tutti ne conoscono il nome, ma quasi nessuno sa dove sia, e qualcuno la ritiene addirittura un luogo di fantasia... Invece esiste, eccome, in Mali, distante e appartata rispetto alla capitale Bamako, oggi la città più importante del Paese. Ma certo prima che un luogo reale Timbuctu è un affascinante simbolo di lontananza. Questa immagine si è formata all’inizio dell’Ottocento, quando la città era effettivamente difficile da raggiungere, e cominciò a risvegliare le ambizioni degli esploratori, pungolati dal desiderio di gloria e dai premi favolosi promessi dalle società geografiche inglesi, francesi e tedesche. Per alcuni divenne quasi un ossessione, come René Caillié, che dopo infinite peripezie finalmente la raggiunse nel 1828, travestito da arabo, e riuscì a tornare e raccontarla.
Ma questa immagine è solo una delle molte che la “città misteriosa” - lo slogan turistico odierno - ha saputo proporre nella sua lunga storia, e che l’antropologo Marco Aime ha ripercorso in questo libro profondo ma anche chiaro e di piacevole lettura, combinando ricerca scientifica e scrittura di viaggio.
Fino al XII secolo Timbuctu era poco più di un’oasi, ma cominciò allora un rapido sviluppo favorito dalla sua posizione strategica lungo il fiume Niger, sul confine tra deserto e savana. Per chi arrivava da Nord era l’inizio del mondo degli uomini, per chi arrivava da Sud la frontiera con il vuoto del deserto. Insomma quella città, che per gli Europei rappresentava la “fine del mondo”, era in realtà il centro di un altro mondo.
Timbuctu si impose all’attenzione universale nel 1324, quando il suo sovrano Kanka Musa intraprese un fastoso pellegrinaggio alla Mecca, accompagnato da tutti i dignitari, mille soldati, cinquecento cavalieri, diecimila portatori e altrettanti cammelli schiacciati sotto il peso di due tonnellate e mezza d’oro. La munificenza del sovrano creò l’immagine dell’Eldorado d’Africa, e si favoleggiò per secoli di miniere d’oro, in realtà inesistenti. Infatti la ricchezza della città veniva soprattutto dal commercio: sale da Nord, oro e schiavi da Sud. Per secoli furono proprio i commerci a mettere la città in contatto con tutto il mondo circostante, sino al Mediterraneo. E come quasi tutte le città mercantili, fu abitata da una mescolanza di genti, e visse libera e disponibile ai piaceri terreni che la ricchezza portava con sé.
I notabili di Timbuctu finirono per abbracciare l’Islam, distaccandosi dai culti delle popolazioni circostanti, in particolare dai minacciosi tuareg (il cui nome significa appunto “senza dio”). Nel XIV e XV secolo la città divenne famosa per le sue moschee e per le numerose scuole coraniche: migliaia di studenti vi accorrevano per ascoltare insegnanti provenienti da India, Persia, Spagna. La popolazione faceva a gara nell’acquistare manoscritti, molti dei quali sono ancora oggi consultabili nelle biblioteche cittadine, pubbliche e private, sia pure con qualche preoccupazione per la loro conservazione. Dunque un Islam colto, che si riconosceva nel detto illuminato “l’inchiostro dei saggi è più importante del sangue dei martiri”. Un Islam di mercanti, aperto e tollerante, tanto da scontentare molti, tra cui l’illustre viaggiatore Ibn Battuta, che rimase sfavorevolmente colpito dalla libertà di cui godevano le donne di Timbuctu. Ma quando rimproverò un uomo, la cui moglie discorreva liberamente nel cortile con uno sconosciuto, questi lo mise a posto dicendogli “non sono come le donne del vostro Paese”... Tanto più spiace che oggi prevalgano invece chiusure e intolleranze sostenute anche dai finanziamenti sauditi, un Paese che l’Occidente, e in particolare gli Stati Uniti, considera senza troppe ragioni amico.
Verso la fine del XVI secolo le caravelle sconfissero i cammelli, deviando i traffici commerciali, e causando il declino di Timbuctu, aggravato dall’invasione marocchina del 1591. Oggi la città vive povera, dimenticata, e confida nel turismo per una possibile ripresa. Dal 1998 è nella lista del Patrimonio dell’Umanità Unesco, ma i turisti in Mali sembrano preferirgli la regione abitata dai Dogon, e solo 5/6.000 visitatori vi giungono ogni anno. Oltretutto molti turisti restano confusi, e anche delusi, al cospetto di Timbuctu, e dopo averla a lungo sognata, la trovano quasi insignificante. In parte ciò è dovuto all’assenza dei riferimenti consueti. Per esempio mancano monumenti imponenti, dal momento che la città è costruita in terra, e gli edifici più antichi assomigliano a quelli recenti. Manca anche un gruppo etnico ben definito: la sua storia ne ha fatto una città di stranieri, di gente venuta da ogni dove. In fondo arrivarci è la vera attrattiva, avere quel timbro sul passaporto... E purtroppo i turisti di solito non hanno il tempo e la preparazione per approfondire la molteplicità di volti e di storie, che è la vera ricchezza della città. Una città santa e pura, per i musulmani; un luogo di commerci e piaceri, per i mercanti sahariani; un immenso Eldorado, vista dal Mediterraneo; un altrove mitico e irragiungibile, per gli esploratori... Davvero Timbuctu ha tanti nomi - “Regina delle sabbie”, “perla del deserto”, “Mecca del deserto”, “Atene africana”- e tanti volti, quanti sono gli sguardi dei viaggiatori, come Despina, una delle “città invisibili” raccontate da Calvino, che si raggiunge per nave o per cammello, e si presenta differente a chi viene da terra e a chi dal mare: “Il cammelliere che vede spuntare all’orizzonte dell’altipiano i pinnacoli dei grattacieli, le antenne radar, sbattere le maniche a vento bianche e rosse, buttare fumo i fumaioli, pensa a una nave... Nella foschia della costa il marinaio distingue la forma d’una gobba di cammello, d’una sella ricamata di frange luccicanti tra due gobbe chiazzate che avanzano dondolando, sa che è una città ma la pensa come un cammello... Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone”.
Marco Aime, “Timbuctu”, Bollati Boringhieri, Torino 2008, pp.200, € 10,00.
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Il Giro del mondo è il viaggio dei viaggi. Fu compiuto per la prima volta tra il 1519 e il 1522 dalla spedizione di Ferdinando Magellano, esploratore portoghese al servizio della Spagna. Il 6 settembre del 1522 la "Victoria", sola nave superstite, rientrò al porto di partenza dopo aver circumnavigato il globo in 2 anni, 11 mesi e 3 giorni. A bordo della piccola nave, che imbarcava acqua e aveva una velatura di fortuna, vi erano soltanto 18 uomini dei 235 partiti, e lo stesso gran capitano era morto per via l’anno prima. Tra i superstiti anche un italiano, il vicentino Antonio Lombardo, detto Pigafetta, che racconterà nel suo dialetto la grande impresa. Curiosamente il viaggio più famoso intorno al mondo si compì interamente nel regno della fantasia: stiamo parlando de “Il giro del mondo in ottanta giorni” di Jules Verne, pubblicato nel 1872. Il protagonista, il flemmatico e misterioso Phileas Fogg, parte per scommessa, per dimostrare che i nuovi mezzi di trasporto, ferrovia e nave a vapore, non solo riducono la durata del viaggio, ma la rendono anche interamente prevedibile. In realtà, anche per esigenze narrative, il romanzo prova piuttosto il contrario, visto che Fogg affronta peripezie d’ogni tipo - incluso il salvataggio di una vedova indiana che poi sposerà - riuscendo infine nell’impresa dopo aver dissipato una fortuna, e solo grazie a una fortunata coincidenza. Verne fu probabilmente più ricettivo che creativo. Infatti nello stesso anno di pubblicazione del suo libro il famoso agente di viaggio inglese Thomas Cook aveva condotto il primo gruppo organizzato intorno al mondo, impiegandovi - ovviamente senza fretta – 222 giorni. Altri credono invece che Verne si sia ispirato a George Francis Train (nomen omen), un eccentrico ed energico uomo d’affari americano che due anni prima, nel 1870, aveva compiuto il giro del mondo appunto in ottanta giorni. Ma quel riconoscimento che fu negato a Train andrà invece a un’altra americana, la giovane giornalista Nellie Bly (pseudonimo di Elizabeth Cochrane) che, quasi trent’anni dopo, deciderà di battere il primato di Phileas Fogg. Il pubblico americano seguì con passione la sua gara contro il tempo dapprima sulle pagine del giornale “New York World” del celebre editore Pulitzer, e poi nelle sue memorie di viaggio, da poco tradotte. Nellie Bly aveva allora solo 24 anni, ma era già famosa per aver realizzato in incognito scomode inchieste raccontando la vita di donne internate in manicomio, carcerate, operaie, domestiche. Non stupisce che la sfida del suo giornale la trovi pronta: “Dopodomani potete partire per un giro del mondo?” “Posso partire subito!”.Nellie decide di viaggiare sola, senza armi, con una piccola borsa da viaggio e un unico abito blu. Partita il 14 novembre 1889 da New York, vi fa ritorno il 25 gennaio 1890, accolta trionfalmente al termine di un viaggio di 72 giorni, sei ore, undici minuti e quattordici secondi, il più rapido mai compiuto sino ad allora, dopo aver percorso oltre 40.000 chilometri lungo l’itinerario New York – Londra – Calais – Brindisi - Port Said – Ismailia – Suez – Aden – Colombo – Penang – Singapore - Hong Kong – Yokohama - San Francisco - New York. La sola divagazione che Nellie si concede lungo il viaggio è una doverosa quanto astuta visita all’anziano Jules Verne. Per il resto non è certo un racconto di viaggio tradizionale: al centro della scena restano sempre navi, treni, orari, coincidenze, ritardi, imprevisti ed espedienti per superarli. Come il suo grande modello Phileas Fogg appunto, Nellie “non viaggia, descrive una circonferenza”. Solo qualche luogo, visitato in occasione di soste forzate, è descritto un po’ più ampiamente e piacevolmente - Ceylon, Honk Kong, Canton – così come l’autrice è abile nel narrare aneddotti per rompere la monotonia di lunghe ore di navigazione: per esempio si diffonde la voce che fosse una ricca ereditiera americana in viaggio con solo la spazzola per i capelli e il libretto degli assegni, ed ecco che subito riceve una proposta di matrimonio... Anche compiuto in queste particolari condizioni, il viaggio offre comunque spunti interessanti. Per esempio Nellie si rende presto conto che ciò che rende il viaggio facile e sicuro – uniformità di lingua, moneta ecc. - è l’onnipresente impero inglese, entro i cui confini quasi tutto il percorso si svolge. Ad Aden annota: “A mano a mano che avanzavo nel mio viaggio, mi rendevo conto che gli Inglesi hanno messo le mani su quasi tutti, se non tutti, i porti più interessanti; cresceva dunque di pari passo il mio rispetto per l’abilità del governo inglese”. Al confronto i giovani Stati Uniti, ancora interamente presi dalle questioni interne, non reggono davvero il confronto: basti dire che Nellie deve pagare in sterline perché i suoi dollari sono accolti ovunque con diffidenza, salvo che a Colombo, dove i mercanti li comprano volentieri ma... per decorare la catena dell’orologio! L’impresa di Nellie Bly fu l’apogeo, ma anche l’inizio del declino del giro del mondo. Se una donna non accompagnata (per la prima volta nella storia!) poteva compiere un tale viaggio, significava che questo era ormai entrato nell’ambito delle esperienze ordinarie, al cui servizio nasceva anche una nuova tecnologia e nuovi consumi di massa: “Il solo rimpianto del mio viaggio è che a causa della mia partenza frettolosa ho dimenticato di prendere una Kodak. Su ogni nave e in ogni porto ho incontrato persone che avevano una Kodak e le ho molto invidiate. Potevano fotografare tutto ciò che volevano”. Il record di Nellie Bly resistette solo pochi mesi ma il pubblico, ormai sazio, si disinteressò dei nuovi primati. Il giro del mondo aveva fatto il suo tempo.
Nellie Bly, “Il giro del mondo in 72 giorni” (a cura di Luisa Cetti), Mursia editore, Milano 2008, pp.272, € 17,00.
Da quando gli aerei a reazione hanno monopolizzato le lunghe distanze, il giro del mondo si è definitivamente banalizzato: dopo tutto si tratta di sopravvivere alla noia di qualche decina di ore di volo, e alla stravagante cucina delle compagnie aeree. Se siete comunque interessati, potete acquistare un Round The World Ticket, proposto da diverse alleanze di compagnie aeree (per es. Sky Team o Star Alliance): i più famosi sono World Discovery, World Journey, Great Escapade, e consentono un forte risparmio rispetto all’acquisto delle singole tratte. Le tariffe partono da meno di 3.500 CHF, e variano a seconda del numero di fermate e della distanza percorsa. Accertarsi bene delle regole da seguire: il limite di tempo per l’utilizzo è quasi sempre un anno, si parte e si arriva dallo stesso aeroporto, non si può mai tornare indietro. Ci possono essere limiti di chilometraggio o di numero di scali, ma di solito la scelta dell’itinerario è molto libera.
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I manifesti turistici, per loro natura destinati a vita effimera, sono tuttavia ricercati da appassionati collezionisti, come Roberto Cavalli, che in “100 anni di manifesti ticinesi 1890-1990” ha raccolto quelli che riguardano il Canton Ticino. Il primo volume, dedicato ai manifesti turistici della linea ferroviaria del San Gottardo, del Ticino in generale e del Sopraceneri, è stato da poco pubblicato (Edizioni d’arte Jansonius, Lugano 2008, pp. 248, CHF 118); presto seguirà il secondo, dedicato invece al Sottoceneri e a Lugano (di cui anticipiamo qui un paio di esemplari). Nell’insieme Cavalli offre un prezioso lavoro di documentazione, e un primo tentativo d’interpretazione, che merita senz’altro di essere sviluppato.
I manifesti possono essere considerati da diversi punti di vista, ad esempio per il loro valore artistico. Com’è noto anche pittori famosi non disdegnarono questo mezzo d’espressione: Toulouse-Lautrec realizzò quelli per il Moulin Rouge di Parigi, in Italia si ricordano i lavori di Dudovich, in Svizzera di Giacometti. Dal mio punto di vista però è ancora più interessante riflettere sul modo in cui il nostro Cantone si è proposto nel tempo ai suoi potenziali visitatori, quali aspetti della propria identità ha selezionato e valorizzato. Il manifesto infatti è solo parzialmente libera espressione della creatività di un artista. Questi deve tener conto del committente, a cui sottopone diverse versioni, e dal quale attende l’approvazione finale. Il committente a sua volta – sia ente turistico, grande albergo, o società ferroviaria – cerca di interpretare e di assecondare i gusti e le aspettative dei potenziali turisti. Inoltre il manifesto non cerca di fotografare la realtà, di riprodurla oggettivamente. Per ottenere l’effetto promozionale che si propone, di norma l’autore candidamente omette, modifica, amplifica. La realtà oggettiva svanisce così in un gioco di specchi estremamente infedele, ma altrettanto affascinante.
Il manifesto turistico ticinese comincia a prendere piede dopo il 1882 quando, con l’apertura del Gottardo, i flussi turistici prendono una consistenza nuova. Ed ecco che i primi manifesti celebrano le comodità dei grandi alberghi moderni sorti in breve tempo sulle rive dei laghi, mentre si moltiplicano le immagini di treni che corrono veloci verso il Sud, diretti a Venezia, Firenze, Roma, Napoli. Ma questi manifesti sembrano anche suggerire che in fondo non serve spingersi così lontano, che il Sud e il Mediterraneo sono già qui: è infatti un Ticino solare e di lussureggiante vegetazione, ritratto nei toni del giallo, dell’arancione, del verde, dell’azzurro.
Questa immagine si completa negli anni Venti, l’età d’oro del manifesto turistico ticinese. Le tensioni internazionali e la crisi economica scoraggiano gli stranieri, e favoriscono lo sviluppo di quel rapporto privilegiato tra il Ticino e i turisti provenienti dagli altri Cantoni svizzeri, specie di lingua tedesca, che tutto sommato ancora oggi dura. In quegli anni una nuova generazione di artisti dotati porta a piena maturità il manifesto turistico. Il villaggio, specie se affacciato sul lago, diventa così il simbolo del mondo ticinese: uno scenario nel quale fanno la loro comparsa anche contadini spensierati, ritratti nei balli e cortei del giorno di festa, piuttosto che nel duro lavoro quotidiano. Un Ticino pittoresco e paternalistico di cui è simbolo la Festa delle camelie di Locarno (dal 1924) o la Festa della vendemmia a Lugano.
Negli anni Sessanta del secolo scorso il manifesto si trasforma ancora una volta con l’avvento della fotografia che peraltro, a mio avviso, non ha sempre saputo sorpassare in efficacia la pittura. Nell’immagine del Cantone s’affacciano anche temi identitari più sfumati e complessi, ispirati al “turismo culturale” (“Ticino, terra di artisti”). Oggi infine il manifesto nasce quasi sempre al computer, e si misura con numerose altre forme di comunicazione turistica, pur mantenendo una sua indiscussa, rudimentale efficacia.
Scorrendo il volume, anche velocemente, un’immagine s’impone all’attenzione per la sua presenza ricorrente: il campanile del paese. Un simbolo di identità religiosa e civile, di vita comunitaria, come nel manifesto di uno dei migliori illustratori, Luigi Rossi, che mi pare tra tutti il più emozionante nella sua semplicità: quell’aereo volo di rondini non si dimentica. Sono consapevole che anche qui è presente lo stereotipo e l’idealizzazione caratteristica del genere, e tuttavia questo manifesto non si esaurisce in tali aspetti; mi pare invece voglia suggerirci che la comunicazione turistica non è (o non dovrebbe essere) solo marketing, ma anche racconto di sé agli altri, condivisione di un’appartenenza, di un’identità difesa e mostrata con orgoglio.
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Il tempo del viaggio è per definizione più pieno e intenso di quello ordinario. Vogliamo fare di più, vedere di più, sentire di più; vogliamo mettere nel viaggio tutto il possibile, anche per compensare le frustrazioni della quotidianità. Riuscirci è un altro discorso, e troppe aspettative portano a quel senso di insoddisfazione che ci attende al ritorno. Nasce da qui la riscoperta dei “viaggi lenti”: progetti, ritmi, distanze, percorsi... tutto si proporziona a una scala più realistica, a misura d’uomo. Una tendenza ormai consolidata, riassunta con chiarezza ed efficacia (anche con informazioni pratiche) da Gaia De Pascale nel suo recente “Slow Travel” (Ponte alle Grazie, pp.144, €11,00).
Sviluppando questa prospettiva, possiamo sperimentare un viaggio in levare molto raffinato, un viaggio costruito per sottrazione anziché per aggiunta: il viaggio alla ricerca del silenzio. L’obiettivo è affrancarsi dall’eccessivo rumore quotidiano in cui viviamo immersi, e che continua spesso anche in vacanza: i clacson, la musica, i cellulari soprattutto, simbolo per eccellenza dell’impossibilità di isolarsi. Qualcuno non ne può più: l’anno scorso Treviso ha addirittura dedicato un festival a questo tema (www.festivaldelsilenzio.org). Per muovere i primi passi in una direzione diversa si può recuperare una guida di qualche anno fa, passata quasi inosservata: “Silenzio si viaggia” (Airplane, pp.300, € 15,00). La guida propone itinerari nella vicina Italia dove, nonostante il Paese sia densamente popolato, è ancora possibile trovare oasi di silenzio: possono essere aree archeologiche, o miniere abbandonate, ma anche città di provincia e piccoli borghi; e angoli di silenzio si possono trovare persino nelle metropoli, ad esempio varcando la soglia di una basilica ombrosa.
In ogni caso non dobbiamo pensare al silenzio come a un vuoto irrimediabile, fallimentare. Per cominciare, i silenzi sono molto diversi tra loro: ci sono silenzi di approvazione o di condanna, di stima o di disprezzo, eloquenti o enigmatici; silenzi massicci come un muro, o fragili come il vetro; silenzi vuoti con nulla da dire, o dove tutto è stato detto, e silenzi pieni che attendono solo di aprirsi. Il viaggio può aiutarci ad apprendere il silenzio e le sue declinazioni. Ritrovare il silenzio rispetto a suoni ripetuti e al tempo stesso banali serve anche a riscoprire altri rumori: persone che parlano, giochi di bambini, le grida di un mercato, il rumore del vento o lo stormire degli alberi. Come scrive Italo Calvino: “Di fatto, ogni silenzio consiste nella rete di rumori minuti che l'avvolge: il silenzio dell'isola si staccava da quello del calmo mare circostante perché era percorso da fruscii vegetali, da versi d'uccelli o da un improvviso frullo d'ali”.
Una declinazione fondamentale del viaggio nel silenzio è naturalmente il viaggio nella natura, nei grandi parchi. Si può fare quasi ovunque, anche se ha un significato particolare in Paesi come il Canada o l’Alaska: qui può capitare di essere soli in un territorio grande come un piccolo Stato europeo. È un viaggio rilanciato con forza da un recente libro di successo, “Nelle terre estreme” di Jon Krakauer (Corbaccio, pp.272, € 16,60), che racconta la storia sfortunata di un giovane che insegue l’ideale dell’autosufficienza, del bastare a sé stessi avendo a disposizione il minimo. Seguendo questa traccia a ritroso, si finisce inevitabilmente per incontrare un libro di viaggio (a modo suo) poco noto, ma che ha lettori devoti, e che può cambiare la propria visione del mondo: mi riferisco a “Walden. Vita nel bosco” (nella bella edizione di Donzelli, pp.246, € 21,00). L'autore, Henry David Thoreau, per oltre due anni (1845-47) visse da solo in una casa nei boschi, costruita con le proprie mani sulle rive del Lago di Walden, a Concord, Massachusetts. Nel silenzio ritrovato ogni rumore acquista rilievo e svela un senso profondo, in questo caso il ritorno della primavera: “Si può capire guardando ogni ramoscello della foresta, anzi, la vostra stessa catasta di legna, se l’inverno è passato o meno. Mentre si faceva più buio, sobbalzai per lo starnazzare delle oche che volavano basse sui boschi, come viaggiatori stanchi arrivati in ritardo dai laghi meridionali, dando sfogo a una lamentela incontrollata e a una reciproca consolazione. Dalla mia porta, sentivo il trambusto delle loro ali; quando, dirigendosi verso la mia casa, improvvisamente scorgevano la luce e con un clamore soffocato viravano e si fermavano sul lago. Così entrai, chiusi la porta e passai la mia prima notte di primavera nei boschi.”
Infine il silenzio è la premessa per (ri)stabilire un dialogo con sé stessi, un dialogo interiore che spesso assume coloriture religiose. Complice un film di successo, “Il grande silenzio” (2005), ambientato in un monastero certosino vicino a Grenoble: quattro mesi della vita dei monaci sono raccontati in due ore senza bisogno di parole. E ormai da diversi anni assistiamo alla crescita senza troppo clamore (appunto!) ma continua dell’ospitalità religiosa, che coinvolge migliaia di persone. Se in passato erano privilegiate le case vacanza al mare o nelle città d’arte, soprattutto come scelta economica per famiglie numerose, ora molti visitatori chiedono invece di vivere nei monasteri, per ritrovare spazi di silenzio e di pensiero. Di solito si soggiorna per una settimana, in stanze sobrie ma ragionevolmente confortevoli; prenotate per tempo, perché alcuni dei conventi più famosi (ad esempio www.monasterodibose.it) sono spesso vicini al tutto esaurito. Preghiera, meditazione, o anche soltanto tranquillità: la scelta di quanto condividere le diverse attività, specie il culto, è di solito lasciata all’ospite, che trova spesso nel monastero anche l’occasione per consumare prodotti naturali, o per visitare i luoghi circostanti, attraenti e ricchi di storia. Una valida selezione di proposte si può trovare nella nuova edizione ampliata di “Abbazie, monasteri e luoghi dello spirito” (Touring Editore, pp.272, € 18,00).
Il viaggio infine potrebbe essere un’occasione preziosa per ricercare il silenzio anche come forma di autocontrollo, di padronanza della parola. Una qualità facilmente perduta nel mondo contemporaneo, che esalta la comunicazione, e considera il silenzio (ad esempio il “silenzio stampa”) una specie di punizione. Eppure, quante volte rimpiangiamo di aver parlato, perché non tutto può essere detto, perché non è sempre il momento di dirlo... “Le parole sono preziose, ma più prezioso è il silenzio" ammonisce il saggio, e anche la sapienza popolare non ha dubbi: “Il silenzio è d’oro”. Etichette: Recensione "Azione"

Perché andiamo in un luogo come turisti? Per due ragioni profondamente banali: perché sappiamo che esiste, e perché abbiamo una ragione per volerlo visitare. Da queste elementari premesse deriva tutta l’attività degli uffici di promozione dei più diversi Paesi, che investono risorse consistenti in pubblicità turistica, a dire il vero con risultati solitamente poco originali. Di norma i luoghi tropicali sono definiti “paradisi”, e negli altri – gli stessi dove viviamo, e che ci paiono così normali... – ci sarebbe a portata di mano “tutto quello che potreste desiderare”: cultura, svago, shopping. Di fatto l’unico slogan che tutti ricordano è il “Turista fai da te? Ahi, ahi, ahi!” di Alpitour, che cercava di spaventare i viaggiatori troppo indipendenti. L’equivalente francese è il giovane, piacente idraulico polacco. In Francia l’idraulico polacco era diventato un cavallo di battaglia (vincente) nella campagna per il referendum sulla Costituzione europea, presentandolo come un futuro, pericoloso concorrente sul mercato del lavoro, ma ebbe miglior fortuna quando, dopo la vittoria dei “no”, l’Ufficio del turismo polacco lo reclutò con lo slogan: ''Io resto in Polonia, venite in tanti”. Per inciso, mi sembra anche la fonte d’ispirazione per il celeberrimo “maestro di sci” (in)seguito da belle signore sulle piste innevate con cui Svizzera Turismo ha costruito la sua campagna invernale.
Messa al confronto con questi esempi di moderno marketing, la buona, vecchia letteratura può apparire antiquata, ma di certo resta piuttosto efficace nell’attrarre visitatori. Tra i moltissimi esempi, si potrebbe citare quello di Frances Mayes, scrittrice e poetessa americana che si divide tra la Toscana e gli Stati Uniti. Il suo “Sotto il sole della Toscana” (1997, ne fu tratto un film nel 2003), ha avuto un successo enorme quanto inatteso, e ha trasmesso a migliaia di Americani di ogni classe sociale quel gusto per il viaggio italiano che gli Inglesi più agiati e colti avevano coltivato per secoli. Trama minimale: una scrittrice americana compra e ristruttura un casale (Bramasole) nella campagna tra Toscana e Umbria, presso Cortona, e lì inizia a trascorrere le sue estati. Paesaggi, giardini, cibi, persone: tutto così italiano... Piccole cause, grandi effetti: milioni di visitatori sono calati in Italia alla ricerca di Bramasole, facendo salire alle stelle i prezzi degli immobili, e affollando Cortona, sino ad allora meno popolare di altre destinazioni della regione. Il nuovo libro della Mayes racconta ora nuovi viaggi in Italia e nei Paesi vicini: “Sotto il sole del Mediterraneo”, il titolo d’obbligo (ma l’originale era “A Year in the World”). La ricetta – dal momento che in questi libri si parla molto di cucina – è la stessa: buona scrittura, disponibilità verso il lettore, accompagnato per mano in luoghi densi di richiami storici, letterari, musicali, qualche banalità alternata a osservazioni più eleganti; sono in fondo gli ingredienti abituali di un libro di viaggio di successo.
Qualcosa di simile potrebbe accadere anche in Ticino? Chi può dirlo, naturalmente, ma perché no? Non è forse considerato da molti la “Toscana della Svizzera”? E forse – azzardo - si potrebbe anche fare qualcosa per rendere la prospettiva più probabile. Certo nessuno ha in tasca la formula di un best seller, ma si potrebbe per esempio offrire ospitalità per un semestre a scrittori in ascesa, desiderosi di un tranquillo ritiro dove completare il loro prossimo libro; di certo non mancano nel Cantone luoghi splendidi adatti a questo scopo. A questi ospiti particolari si potrebbe chiedere soltanto di tenere qualche conferenza pubblica, naturalmente lasciando loro completa libertà di scelta su cosa scrivere, nella speranza che, presto o tardi, il nostro territorio diventi l’ambientazione di una loro opera. È una piccola puntata al buio (nessun risultato garantito), che potrebbe però generare una forte vincita: non siamo un Cantone famoso anche per il gioco d’azzardo?
Una recente ricerca sembra confermare le potenzialità della letteratura nella promozione turistica. Il piccolo, ospitale Museo Hermann Hesse di Montagnola accoglie infatti circa 15.000 visitatori l’anno e, al fine di conoscere meglio le loro aspettative, i loro bisogni e il loro giudizio, il Municipio di Collina d’Oro ha commissionato un’apposita ricerca, che si è sviluppata lungo tutto il 2007, e che ha dato risultati interessanti (si possono scaricare integralmente da www.collinadoro.com/hesse).
Diciamo subito che il museo riceve una promozione piena per i suoi servizi, ma soprattutto per l’atmosfera cordiale che si respira nelle sue sale. Com’è prevedibile, attira soprattutto visitatori tedeschi o svizzero-tedeschi innamorati dell’autore di “Siddharta”, il cui successo non conosce declino (tra Amburgo e Innsbruck si vendono 1.000 copie dei suoi libri ogni giorno!). Per più della metà dei visitatori – ed è un dato francamente sorprendente - la visita al Museo è la principale motivazione del viaggio a Lugano.
Sono turisti di alto profilo: quasi tutti colti (70% ha un titolo accademico!), e molti agiati (prediligono alberghi a 4 stelle). Sono decisamente interessati alla vita di Hesse in Ticino, anzi si potrebbe dire che l’autore prediletto rappresenta una sorta di guida ideale al territorio circostante: infatti è soprattutto attraverso la Passeggiata “sulle orme di Hermann Hesse” che conoscono e apprezzano il territorio di Collina d’Oro (anche grazie alle nuove audioguide).
La ricerca apre inoltre qualche prospettiva più ampia. Altri luoghi del Cantone potrebbero infatti incuriosire questi stessi visitatori: luoghi ben noti ma solo parzialmente valorizzati come il Monte Verità, dove si coltivarono ideali che hanno oggi una nuova attualità; o anche luoghi rimasti più in disparte, come Ronco, dove ha vissuto a lungo un altro autore molto amato dal pubblico tedesco, Erich Maria Remarque, universalmente conosciuto per aver scritto “Niente di nuovo sul fronte occidentale” (1929), tradotto in più di 50 lingue.
Seguendo le fortune del ticinese d’adozione più famoso, si giunge così quasi a ipotizzare un “Parco letterario cantonale”, che proponga il Ticino ai suoi visitatori tradizionalmente più affezionati sotto una luce diversa, culturale e non solo naturalistica. In Italia si è fatta molta strada per questa via (www.parchiletterari.com), forse anche da noi si potrebbe, come ha scritto un anonimo visitatore del museo, camminare con le parole di Hesse.
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NON FATEVI PRENDERE DAL PANICO. Questo motto molto condivisibile era stampato a grandi caratteri rassicuranti sulla copertina della “Guida galattica per gli autostoppisti”, presentata alla fine degli anni Settanta da Douglas Adams in un fortunato programma radiofonico della BBC, dal quale furono ricavati anche un libro e un film. Adams in fondo è solo uno dei numerosi scrittori, primo fra tutti Jules Verne, che hanno cercato di immaginare i viaggi nel futuro. Anche gli sceneggiatori di Hollywood hanno avuto alcune felici intuizioni. Per esempio questa: i sogni di Douglas Quaid, un operaio edile, sono turbati da visioni del paesaggio di Marte, e perciò decide di rivolgersi alla Rekall, una compagnia specializzata in "turismo virtuale". In fondo viaggiamo per accumulare ricordi, e dunque perché spostare il corpo, con conseguenti spese e disagi, quando le esperienze possono essere sperimentate e registrate direttamente nella mente? Uno dei pacchetti di “turismo virtuale” della Rekall è appunto su Marte, e Doug decide di provarlo per verificare se egli sia effettivamente già stato sul Pianeta rosso. Durante la procedura però qualcosa va storto, e si scopre che qualcuno ha manipolato in precedenza la mente di Quaid: tutti i suoi ricordi, persino il matrimonio, sono falsi... Riconosciuto? È “Atto di forza” (1990, il protagonista è interpretato da Arnold Schwarzenegger).
Ne “Il quinto elemento” (1997) il regista Luc Besson ha invece immaginato un futuro dove interi pianeti saranno trasformati in villaggi vacanza, raggiungibili con gigantesche (astro)navi da crociera. Ma anche qui, a quanto pare, non saremo al sicuro dalle minacce dei terroristi... Tuttavia, per chiunque abbia visto anche una sola puntata di “Star Trek” - la prima serie andò in onda dal 1966 al 1969 - il viaggio futuribile per eccellenza non può essere che il teletrasporto. “Energia!” ordina il capitano Kirk, per poi dissolversi e ricomparire un istante più tardi sulla superficie di qualche strano pianeta; e dopo molte peripezie, l’episodio si conclude regolarmente con un trionfale “Mi faccia risalire, signor Scott”. Per curiosità, il teletrasporto fu introdotto per risparmiare sulle costose scenografie dei viaggi spaziali, e le scintillanti sequenze venivano realizzate facendo cadere su un foglio di cartone nero piccoli pezzi di alluminio.
Fantascienza? Probabilmente sì, ma nel suo ultimo libro l’astronomo e giornalista inglese David Darling non esclude che un giorno possa diventare realtà. Dopo tutto il teletrasporto è già stato realizzato pochi anni fa, sia pure soltanto per pochi metri, in laboratorio, e al livello di particelle subatomiche come i fotoni. Comunque abbastanza perché la rivista “Science” inserisse il teletrasporto pratico nella lista delle dieci innovazioni più significative del 1998. La ricerca si misura ora con atomi (con primi successi) e molecole. Beninteso, non dimentichiamo che un corpo umano del peso di circa 70 chilogrammi è composto da 7.000 trilioni di trilioni di atomi. Non dimentichiamo però nemmeno che nell’arco di una sola vita umana si è passati dal primo timido volo dei fratelli Wright (1903) alla discesa sulla Luna (1969)! Nella parte centrale del libro Darling racconta gli sviluppi teorici e gli esperimenti che hanno reso possibile il teletrasporto, aggirandosi tra meccanica quantistica, crittografia, computer di potenza quasi inimmaginabile, e quel misterioso fenomeno di collegamento istantaneo tra particelle che permane saldo e invariato anche se si trovano agli estremi opposti dell’Universo chiamato entanglement (“intreccio”). Con un meritorio sforzo di divulgazione riesce a rendere accostabili temi di complessità vertiginosa, che rifuggono dal senso comune. E anche se il lettore medio, privo di solide basi scientifiche, non riesce comunque a seguirlo, può però consolarsi con i capitoli iniziali e finali del libro, dove si ripercorre la storia culturale del teletrasporto, tra letteratura, cinema, televisione, e si delineano le implicazioni religiose, filosofiche e sociali che sorgerebbero in caso di successo del teletrasporto umano.
Vorreste essere dissolti atomo per atomo, sapendo che il vostro Io originale sarà distrutto, e sarete rimaterializzati da un’altra parte come copia di voi stessi con nuovi materiali, senza nemmeno un atomo in comune con l’originale? Ad essere trasportata alla velocità della luce, non sarà infatti la materia di cui siamo composti (sia pure sotto forma di energia), come ipotizzato in “Star Trek”, ma pura informazione. Sopravviverà la nostra anima all’inevitabile annullamento dell’originale? O tali paure appariranno presto ridicole, perché in fondo gli atomi sono tutti uguali, e anche il nostro corpo cambia continuamente? Forse in futuro solo pochi originali si negheranno il piacere del teletrasporto, come accade oggi a chi ha paura di volare. E se un giorno le cabine del teletrasporto diventeranno comuni come quelle del telefono, ecco che i “Viaggiatori d’Occidente” visiteranno un tempio indiano la mattina, pranzeranno a Shanghai, faranno shopping a New York nel pomeriggio, godranno del tramonto sul Machu Picchu, ceneranno in Francia, per poi rientrare a casa in tempo per dormire. E tutto nel pieno rispetto dell’ecologia, senza emissioni inquinanti.
È praticamente certo che non saremo noi i primi a sperimentare questa forma di viaggio. Probabilmente ci vorranno secoli, se mai sarà possibile. Ma se vi dovesse capitare, fate attenzione che una mosca non si posi su di voi proprio nell’istante in cui venite smaterializzati... (“La mosca”, 1986, remake di un film del 1958).
David Darling, “Teletrasporto. Il salto impossibile”, traduzione di Angela Iorio, Bollati Boringhieri, 2008, pp.231, € 25,00.
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Ogni ben di Buddha
(con la collaborazione di Maria Cristina Vanza)
Chi sono i grandi viaggiatori del nostro tempo? I turisti, certo: 850 milioni di arrivi internazionali nel 2006 non sono uno scherzo. Ma non sono i soli. Metterei nel conto anche i soldi. Infatti i (vostri?) grandi capitali si muovono incessantemente per il pianeta: finanziano una fabbrica in Cina, una piantagione in America Latina, dei pozzi petroliferi nel Medio Oriente. Vanno e vengono tra le Borse, anche quando sembrano tranquilli nei forzieri della banca. E poi ci sono i clandestini, che a milioni cercano disperatamente di risalire la corrente, di percorrere al contrario le stesse rotte dei turisti e del denaro, per arrivare nel ricco Occidente. Alcune regioni dove questi flussi si sfiorano, senza mescolarsi mai veramente, come il Mediterraneo o la frontiera tra Stati Uniti e Messico, sono divenuti dei luoghi simbolo del nostro tempo.
Un altro grande viaggiatore, al quale forse non si pensa subito, è poi senz’altro il cibo. I cuochi famosi si muovono vorticosamente per il mondo, le cucine si contaminano, si scambiano ricette e sapori nella fusion globalizzata. Il cibo si mescola con le altre forme di mobilità in modi curiosi: sospinti dalla passione imperante per l’enogastronomia, i turisti viaggiano anche per scoprire nuovi sapori, a volte per frequentare corsi di altre cucine. E la varietà, vera ricchezza del pianeta, per ora non manca. Per esempio l’80% della popolazione mondiale mangia circa duemila specie di insetti: in Papua Nuova Guinea si mangiano bruchi, in Messico cavallette, a Bali libellule, in America del Sud api coperte di cioccolato. Dopo tutto gli insetti sono artropodi come l’aragosta, il granchio e i gamberetti... Per inciso la pratica potrebbe anche essere salutare: gli insetti hanno meno calorie e meno colesterolo della carne (www.eatbug.com; per acquisti on-line, tra cui formiche o un lecca lecca di scorpione www.edible.com). In ogni caso, dovunque siate, provate sempre i cibi locali, più o meno estremi: fa parte dello spirito del viaggio. E se avete dubbi igienici, non badate all’aspetto del cibo (facilmente adulterabile) ma a quello di chi ve lo vende: se il venditore è pulito, e se la gente del posto frequenta il locale, potete essere sicuri che il cibo è fresco e buono.
Il cibo è una parte importante anche nella vita delle diaspore, cioè dei gruppi che l’emigrazione ha separato dalla comunità cui appartengono. Chi è lontano sente spesso il bisogno di riaffermare la propria identità, e così le diaspore sono spesso molto fedeli alla tradizione in cucina; può capitare che un piatto tipico si gusti nella versione più “autentica” in una delle nostre città, piuttosto che nel Paese d’origine. E quanti sforzi, quanta fantasia per far arrivare gli ingredienti attraverso i percorsi più strani, o per adattare prodotti locali. Anche in Ticino ci sono ormai degli Asian market: per esempio vi si può trovare la puzzolente salsa di pesce fermentata thailandese (disponibile anche nella versione vegetariana importata dal Vietnam), ingrediente essenziale per la Som tam, un’insalata di papaya verde, o la minestra agrodolce Tom yum; ma anche le verdure fresche più strane coltivate a migliaia di chilometri e importate dai grossisti di Zurigo, che ogni settimana riforniscono la rete dei piccoli rivenditori locali.
Procurarsi il cibo tradizionale è particolarmente importante quando esso è parte fondamentale di una cerimonia religiosa: nel solo caso degli Ebrei, per esempio, impensabile celebrare la Festa delle capanne (Sukkot) senza un perfetto frutto di cedro, per ciascuno dei quali si pagano anche cento euro (i migliori vengono dalla Calabria), mentre il dattero è indispensabile per preparare l’haroset, una sorta di marmellata che non può mancare nella cena di Pasqua (Seder), e che rappresenta simbolicamente la malta usata dagli ebrei durante la schiavitù in Egitto per costruire le città del faraone.
Quando la comunità migrante acquista sicurezza di sè, si apre gradualmente all’esterno, e molte volte un ristorante che proponga le proprie ricette è il primo canale di comunicazione con la nuova Patria, il passo d’avvio nel lungo cammino dell’integrazione. I turisti vi ricercano i sapori scoperti in viaggio o forse, al contrario, molti viaggi iniziano proprio lì, nel ristorante etnico sotto casa. I primi, e per lungo tempo unici, furono i ristoranti francesi e spagnoli, per l’Europa, cinesi e indiani per l’Asia, ma oggi la cucina etnica offre numerose proposte molto diverse: eritrea, egiziana, turca, thailandese, coreana, brasiliana, messicana e via dicendo. E così, in una grande città, si potrebbe immaginare un giro del mondo di locale in locale, di portata in portata, senza allontanarsi da casa. Il fenomeno è tanto cresciuto, che sono disponibili alcune guide specializzate: “Pappamondo 2008. Guida ai ristoranti stranieri e ai negozi di alimentari etnici” (Terre di mezzo, 2007, € 10,00) è giunta ormai alla decima edizione, con volumi distinti per Milano, Roma e Genova. La sola edizione milanese segnala più di 450 ristoranti, di cui 85 nuovi. Il Touring Club Italiano propone invece un’edizione su scala nazionale, attenta anche alle minoranze linguistiche italiane (“Ristoranti etnici”, Il Viaggiatore-Touring Editore, 2007, € 10,00). In Canton Ticino ovviamente la scelta è più limitata, ma qualche ristorante si trova (sarebbe interessante poter disporre di un “Pappamondo Ticino”! C’è invece solo una sezione di una guida ormai datata: la “Guida multietnica del Canton Ticino e della Provincia di Como", Ikona edizioni, 2003).
A Torino con questo spirito – l’iniziativa si chiama “Turisti per casa” – negli ultimi due anni circa mille persone hanno partecipato ai percorsi ideati dal giornalista e gastronomade Vittorio Castellani, alias Chef Kumalé (www.ilgastronomade.com), nel quartiere multietnico di Porta Palazzo, dove convivono 143 nazionalità diverse. Basta percorrere poche centinaia di metri e, girando l’angolo, si passa da un Paese e da un continente all’altro. I partecipanti hanno potuto così apprezzare i profumi di un tè con la menta sorseggiato in una caffetteria araba, l’aroma del pane egiziano appena sfornato, o il cous cous della gastronomia maghrebina all’ora di pranzo del venerdì. Sui banchi del mercato coperto il contadino cinese espone orgoglioso il suo raccolto di zucche serpente, fagiolini chilometrici e...foglie di crisantemi (si mangiano come se fossero spinaci, mentre con i i fiori essiccati si preparano tisane); e spesso sono prodotti coltivati negli orti urbani di periferia.
Per inciso, se le comunità migranti fanno ogni sforzo per mantenere un legame con i prodotti del loro territorio, anche noi dovremmo fare lo stesso. C’è anche molto, troppo cibo che viaggia, e non dovrebbe. Carne, verdure e frutta senza qualità particolari percorrono grandi distanze dalle zone di produzione a quelle di consumo solo perché il loro prezzo finale risulta più conveniente, magari solo di qualche centesimo, o per avere primizie insapori. Dal punto di vista sia del gusto, che sociale, culturale e ambientale, molto meglio seguire la “dieta delle cento miglia” (Hundred food miles diet, http://100milediet.org) utilizzando di norma, e nella giusta stagione, i prodotti del territorio circostante. Vivere la nostra modernità richiede anche questo sapersi destreggiare tra locale e globale: e in questo caso capire che di patate o mele globetrotter possiamo fare tranquillamente a meno. Etichette: Recensione "Azione"
Se state pensando alle prossime vacanze, ma non siete ancora pronti per il viaggio gratis, tenete comunque conto di questi punti.
- Attenti ai voli low-cost. Non sono certo un inganno e anzi, per averli provati di persona, posso dire che si vola ragionevolmente bene a costi davvero contenuti (ma solo se si prenota con largo anticipo). Mancano i fronzoli, ma la sostanza c’è tutta. Anche i disagi derivanti dall’uso abituale di aereoporti più distanti dal centro città sono superabili (impiegando più tempo e con qualche spesa di trasporto locale). Ma ricordate che il volo è solo una parte del costo del viaggio: ci sono poi trasporti locali, alberghi, shopping, ristoranti, ingresso ai musei... E ad essere low-cost per il momento è quasi solo il volo: alcuni alberghi ad esempio sperimentano timidamente la nuova filosofia, ma sono ancora ai primi passi. Inoltre il low-cost orienta verso il turismo urbano, uno dei più costosi in assoluto, specie se, avendo risparmiato sul biglietto aereo, sarete meno attenti alle altre spese. Non a caso le destinazioni concedono condizioni di assoluto favore alle compagnie low-cost ovvero, in buona sostanza, si fanno carico di parte del costo del viaggio, contando di rientrare appunto grazie alle vostre spese.
- Riflettete sulla vostra formula di vacanza. Un viaggio organizzato per una destinazione tropicale può avere un costo elevato d’acquisto, ma risultare poi più economico di una “normale” vacanza europea, sia per le economie di scala che il Tour Operator realizza, e in parte trasferisce sul cliente, sia perché chi passa la maggior parte della giornata sulla spiaggia ha poche opportunità di spesa, e riesce più facilmente a restare nei limiti di bilancio (certo se bazzicate i night club, andate al casinò, o v’infilate in qualche “trappola per turisti” è un altro discorso). In generale il turismo culturale, anche se gode di migliore reputazione, è più costoso di quello di svago.
- I last minute sono in larga parte una leggenda urbana. Qualche anno fa erano disponibili un buon numero di viaggi rimasti invenduti, che a ridosso della partenza venivano offerti per una frazione del costo reale. Ma era conseguenza di una situazione eccezionale, ovvero la crisi internazionale seguita all’11 settembre 2001, combinata con la rigidità organizzativa degli operatori. Ora che questi ultimi hanno introdotto una maggiore elasticità nelle loro procedure, i last minute autentici sono ridotti al minimo: dovreste dunque diffidare se l’offerta di questo tipo è troppo abbondante, vuol dire che qualche azienda senza troppi scrupoli utilizza questa etichetta per prodotti che costano poco semplicemente perché sono scadenti. Meglio piuttosto prenotare per tempo e beneficiare di uno sconto reale (anche intorno al 10%).
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