giovedì 23 agosto 2007


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In media ogni 48 ore una nave da 100 tonnellate cola a picco su qualche mare del mondo, e a Londra, nella sede del Registro nautico dei Lloyds, la campana suona a morto per l’ultimo saluto. Ma il tributo riscosso dai mari sarebbe molto maggiore se non fosse per l’infinito numero di fari costruiti sulle isole, sulle scogliere e all’entrata dei porti di tutti i mari del mondo, che vegliano sulle flotte e rassicurano i marinai: San Juan de Salvamento, il faro piu isolato del mondo; l’isola Evangelista, all’imbocco del terribile Stretto di Magellano; Spectacle Reef, sul grande lago Huron; Baagoe nello Jutland; Huaniaoshan sullo Yangtse; Uto nel Mar Baltico; Psathoura Alonissos nel mar Egeo; Tiritiri Matangi in Nuova Zelanda... E proprio tredici storie di fari, e dei loro guardiani, ha raccolto nel suo ultimo libro lo scrittore di mare còrso Charles Paolini, muovendosi tra cronaca e finzione letteraria, con risultati disuguali, ma comunque affascinanti.
Nella loro estrema varietà tutte le torri luminose ripetono il nome della prima e più famosa, che il faraone Tolomeo I fece costruire nel III secolo a.C. sull’isola di Pharos, sul delta del Nilo, davanti al porto di Alessandria d’Egitto, e che fu subito annoverata tra le sette meraviglie del mondo antico: la sua fiamma alimentata da fascine di legni resinosi rischiarò per sedici secoli le notti, sino a quando un sisma la distrusse nel 1303. Nei secoli seguenti la rete dei fari si diffuse lungo tutte le coste del Mediterraneo, ma le pagine più gloriose di questa storia furono scritte dai fari atlantici, a cominciare da quelli che proteggono le coste della Gran Bretagna. Già a sud dell’Inghilterra 23 fari di tutte le categorie e 12 fari galleggianti indicano il malfido cammino attraverso le Isole Scilly, in perenne lotta con gli elementi scatenati. Vale per tutti la storia del faro di Eddystone, costruito per la prima volta nel 1696, e smantellato dal mare in una sola notte, senza lasciar traccia alcuna della struttura e dei suoi abitanti; altre tre costruzioni furono innalzate e abbattute nei secoli seguenti, ma Eddystone IV continua a svolgere tenace il suo compito. Ancora peggiore, se possibile, la costa atlantica nord-occidentale della Scozia, con l’insidia mortale di centinaia di scogli appena coperti dall’acqua. Prima che fossero costruiti i fari, in una sola terribile notte del 1811 la Marina britannica ha perso su Muckle Flugga, lo scoglio più settentrionale della Gran Bretagna, tanti marinai e ufficiali quanti nell’epocale battaglia di Trafalgar. Più a sud, nella notte del 31 dicembre 1865, il minuscolo isolotto di Bubh Artach ha provocato la perdita di 25 navi. La sfida di costruire lungo queste coste dei “fari impossibili” fu raccolta e vinta da una sola famiglia, i Stevenson, che di padre in figlio si tramandarono l’attività di costruttori di fari, con la sola eccezione di Robert Louis Stevenson, l’autore de “L’isola del tesoro”. Ma anche senza sconfinare nella letteratura, l’epica è ben presente nella vicenda quotidiana di questi fari, battuti da onde gigantesche che hanno corso libere e senza ostacoli per centinaia di miglia marine, sospinte da un vento infernale: si racconta che al faro di Fair Isle North due guardiani incautamente usciti furono portati via dal vento, e che i loro successori si appesantivano con un masso quando dovevano andare a suonare il corno da nebbia.
I guardiani dei fari sono l’altra, indissolubile metà di questa storia: incastrati tra la linea verticale che li sostiene, e l’immensità orizzontale che li accerchia, sono al tempo stesso sentinelle e prigionieri del mare, sacerdoti che alimentano una fiamma eterna in onore di un dio lontano e sconosciuto. La gente di mare li considera dei loro, e li saluta con la sirena passando al largo. In passato era anche un lavoro duro, quando occorreva trasportare in cima alla torre sino a 4 tonnellate di carbone al giorno, o quando la tempesta nascondeva il sole e impediva il cambio per settimane, anche se spesso i giorni più difficili erano quelli registrati sul diario con “Niente da segnalare”.
Ma forse tutto questo sarà presto solo un ricordo, perché negli ultimi anni la campana ha suonato a morte anche per i fari abitati: sempre più luci vengono automatizzate e affidate ai computer, e già molti guardiani sono tornati a terra. In futuro gli stessi fari potrebbero risultare superflui, grazie ai sistemi satellitari che indicano con precisione in ogni momento la posizione della nave.
Il lettore si chiederà perché abbiamo raccontato questa storia, per quanto avvincente, in una rubrica dedicata ai viaggi. La spiegazione è semplice: man mano che esauriscono il loro compito, molti fari vengono ristrutturati e rimessi a nuovo per accogliere turisti particolari, desiderosi di dimenticare la civiltà e farsi dimenticare da essa, di vivere in luoghi densi di significato, da soli o condividendo la vita del guardiano, guida turistica d’eccezione. Alcuni fari sono stati trasformati in alloggi lussuosissimi, come quello olandese di Harlingen (offre un’unica suite su tre piani a 24 metri d’altezza: www.vuurtoren-harlingen.nl), oppure il Corsewall Lighthouse Hotel in Scozia (nove suite arredate con mobili antichi: www.lighthousehotel.co.uk). Più spesso si trova ospitalità a buon prezzo – circa 20 euro a persona per giorno – anche se con minori comodità (la corrente elettrica è di solito disponibile, più raramente l’acqua corrente) L’esperienza può essere fatta quasi in ogni Paese: Olanda, Norvegia (www.tranoyfyr.no), Gran Bretagna, Stati Uniti (www.lighthouse.cc), e tutte le informazioni sono facilmente rintracciabili in rete. Purtroppo l’Italia è anche qui rimasta indietro - gli 88 fari di proprietà del Demanio non sono ancora disponibili per i turisti - ma una prova alle porte di casa può essere fatta in Croazia, un paese che ha invece creduto molto in questa proposta turistica
(www.adriatica.net/lighthouses/lighthouses_ita.htm).
Non vi resta dunque che salire la scala a chiocciola del faro, un gradino dopo l’altro fino alla lanterna, e prendere servizio...
Charles Paolini, “I guardiani dei fari. Sentinelle del mare. Storie e leggende”, traduzione di Chiara Ghidelli, Magenes Editoriale, pp.192, Milano 2007, € 14,00.
Foto di Alessandro Gandolfi.
Clavis

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Tra il 2005 e il 2006 Matteo Scarabelli ha “circumpedalato” tutto il Mediterraneo, percorrendo in sella alla sua bicicletta 13.000 chilometri in 10 mesi, peraltro senza inconvenienti che andassero al di là del mal di schiena, una foratura, o un’inseguimento da parte di un cane (ma un branco di randagi in Turchia è stato un pericolo vero). Scarabelli ha una profonda passione per questo mezzo “povero e sovversivo”, con il quale si è spinto in passato sino al Baltico, dopo aver lasciato una vita sicura per cercare in altri Paesi la risposta alle proprie inquietudini.
Le pagine più interessanti sono senza dubbio quelle dedicate alla sponda sud. Il suo periplo mediterraneo si snoda attraverso Paesi aperti, abituati ai visitatori, come Marocco e Tunisia, o chiusi e diffidenti, dove degli accompagnatori sono necessari per ragioni di sicurezza (Algeria) o imposti dalle autorità (Libia) per controllare ogni mossa del singolare visitatore. Un viaggio intessuto di contrasti, dove città soffocate da traffico e inquinamento, orribili periferie degradate, discariche a cielo aperto si alternano a scorci d’inattesa e straordinaria bellezza, nei siti archeologici, nelle strette vie dei centri storici, con i loro mercati, o al cospetto del deserto. Nel bene e nel male il Medio Oriente è il centro dell’esperienza, e le emozioni di Gerusalemme, sovraccarica di significati, segnano il culmine del viaggio, e l’inizio di un rapido ritorno attraverso i Balcani.
La bicicletta si conferma strumento perfetto per viaggi anche lunghi (spesso raccontati nei libri dell’editore specializzato Ediciclo,
www.ediciclo.it): viaggiando su due ruote si è abbastanza veloci per andare lontano, ma anche abbastanza lenti per non perdere contatto con il territorio, così che l’umile pedalatore capisce spesso dei Paesi attraversati più degli economisti, accecati dalle loro statistiche, o di qualche corrispondente paracadutato in un albergo a cinque stelle. E così, ad esempio, quell’Islam che spesso ci viene presentato potente e minaccioso si rivela invece irrimediabilmente frammentato e velleitario, pericoloso quasi solo per la disperazione e i rancori che lo attraversano. Rivelatori sono gli attraversamenti dei confini, che più volte rischiano di far fallire il viaggio di Scarabelli. Chiuso senza speranze quello tra Marocco e Algeria (per l’annosa questione del Sahara occidentale), incerto quello tra Algeria e Tunisia, imprevedibili quelli libici. Più volte per raggiungere il Paese successivo Scarabelli deve tornare in Spagna o in Francia poiché, ed è paradossale, si è più facilmente ammessi da un Paese occidentale che da uno – molto teoricamente – fratello. E l’America sarà il Grande Satana, ma il visto egiziano si può pagare solo in dollari... I confini del Medio Oriente sono poi irrimediabilmente avvelenati: respinto a Gaza, Scarabelli deve affrontare un lungo giro passando dal Mar Rosso e dai suoi paradisi vacanzieri; e quando riesce finalmente a entrare in Israele da Eilat, mescolato a poveri nigeriani, ha la sgradevole sorpresa di venire innaffiato di disinfettante dall’alto. Uscire da Israele è poco meno complicato, e dopo occorrerà sostituire il vecchio passaporto, “macchiato” dal visto israeliano, che nessun Paese dell’area accetterebbe più. Poco male, perché di lì a poco il passaporto non serve più, e basta la carta d’identità.
Il viaggio, teoricamente solitario, è stato in realtà scandito da molte presenze. Il viaggiatore ciclista, solo, infangato o impolverato, riduce a poca cosa il consueto divario tra occidentali e locali, e questa circostanza facilita gli incontri, a volte programmati (con membri dell’associazione pacifista Servas), più spesso casuali, con sconosciuti che volentieri aprono le loro case all’ospite, circondandolo di attenzioni. Lasciata saggiamente da parte la politica, che in quest’area ha prodotto quasi solo danni, la vita quotidiana, con le sue speranze e preoccupazioni, ovunque così simili, diventa il tema di una conversazione facile e rilassata. Una conversazione che in alcuni Paesi è solo tra uomini, con le donne, vestite di nero, ritirate nella parte di casa loro riservata, ma che in altri (Tunisia, Egitto) coinvolge anche donne che svolgono professioni prestigiose, e guidano auto sportive. E in fondo sono soprattutto le donne a svelare come l’omogeneità linguistica e religiosa della sponda sud del Mediterraneo sia in gran parte apparenza (o nostra comoda illusione), anche se un diffuso maschilismo resta ovunque la nota dominante: al momento è impensabile per una donna occidentale compiere un viaggio come questo. Ma Scarabelli percepisce anche il sordo malumore che cova tra i giovani, la maggioranza della popolazione in questi Paesi, attratti e al tempo stesso respinti da una modernità che li illude, ma non mantiene poi le sue promesse, e li abbandona in preda ad una frustrazione che alimenta paradossalmente la riscoperta della tradizione.
Alla fine del viaggio, le domande iniziali riecheggiano senza trovare risposta, e dopo averlo interamente percorso, il Mediterraneo resta in larga parte misterioso, imprevedibile. Guardato dall’altra sponda, il Mare nostrum quasi non si riconosce, e il nome arabo - Albhr Alabid Almutwasi – suona estraneo. Ma esiste poi un’identità mediterranea? Cos’avranno mai in comune i molti e diversi popoli incontrati: francesi, spagnoli, marocchini, algerini, tunisini, libici, egiziani, israeliani, palestinesi, giordani, siriani, libanesi, turchi, greci, albanesi, montenegrini, croati, bosniaci, sloveni... Scarabelli trova spesso i segni di un passato comune (ma non sempre condiviso), che di questa identità è il principale, forse il solo fondamento, ma che può anche trasformarsi in una prigione dorata. Di certo dietro lo scenario dei troppi palazzi schierati lungo le riviere ammalate di cemento, c’è un mondo destrutturato dalle rapide trasformazioni economiche e politiche, impaurito, timoroso del futuro, che appena e faticosamente s’intravede tra divieti, chiusure, sbarramenti, incomprensioni.
E così, giunti a Capodistria, si può soltanto congedarsi con il saluto più bello del mondo, Salam aleikum, la pace sia con te, battendosi il cuore con la mano destra.
Matteo Scarabelli, "C’è di mezzo il mare. Viaggio in bicicletta intorno al Mediterraneo", Ediciclo, Portogruaro 2007, pp. 304, € 16,50

Clavis

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Hippie italiani...
(Matteo Guarnaccia, Italo Bertolasi, Claudio Visentin, Gianni De Martino e Oliviero Toscani a Verucchio)

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