mercoledì 5 dicembre 2007


Nel 1971 i monaci della Chiesa ortodossa greca cominciarono a lasciare i conventi delle Meteore in Tessaglia per sottrarsi alle continue visite dei turisti, rifugiandosi sul Monte Athos. Ma prima introdussero nelle loro devozioni una nuova preghiera: Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà delle città, delle isole e dei villaggi della nostra Patria ortodossa, così come dei santi monasteri, che sono flagellati da ondate di turisti mondani. Fa’ che con il soccorso della Tua grazia questo drammatico problema possa essere risolto... Solo quattro anni prima le Nazioni Unite avevano proclamato il 1967 “Anno internazionale del turismo”, presentandolo come “una fondamentale e altamente desiderabile attività umana, che merita l’elogio e l’incoraggiamento di tutti i popoli e governi". Infatti grazie alla novità dei “pacchetti turistici” e dei voli charter il viaggio sembrava alla portata di tutti, e il turismo prometteva sviluppo economico, specie per i Paesi arretrati, pace e migliore comprensione tra i popoli. Ma i monaci avevano forse la vista più acuta: nel 1971, quando si levarono alte le loro lamentazioni, gli arrivi internazionali erano già 170 milioni, nel 2006 il loro numero è salito a 840 milioni, e si prevede di superare il miliardo nel 2010. In pochi decenni il turismo è diventato la principale industria di servizi (circa 10% del prodotto mondiale lordo e dell’occupazione). Nello stesso tempo, paradossalmente, nessuno vuol più essere chiamato “turista”, né appartenere a quella massa grigia e anonima, accusata di distruggere l’ambiente, di snaturare le culture locali, di riproporre il colonialismo sotto mentite spoglie.
La prestigiosa rivista inglese “The Guardian” ha voluto vederci chiaro una volta per tutte, e ha messo in campo cospicue risorse e uno dei suoi più autorevoli giornalisti, Leo Hickman, esperto di consumi etici, famoso per aver provato a vivere per un anno in modo ecocompatibile (“La vita ridotta all'osso. Un anno senza sprechi: le disavventure di un consumatore coscienzioso”, Ponte alle Grazie, 2007). Il risultato è un libro importante che, tra saggio e narrazione di viaggio, propone quasi un “giudizio finale” sul turismo. Per la prima volta si offrono al pubblico moltissime informazioni sin qui note quasi solo agli esperti, raccolte attraverso un lungo lavoro sul terreno, condotto criticamente, senza nascondere le proprie opinioni, ma anche senza tesi preconcette. Il libro accoglie infatti osservazioni e impressioni di lunghi mesi di viaggio attraverso tutte le principali destinazioni e forme di turismo, intervistando imprenditori, politici, turisti, camerieri, prostitute, venditori di souvenir, guide ecc. per capire l’impatto della prima industria pienamente globalizzata. Leo Hickman parte da Chamonix, alle prese con la crisi del turismo invernale conseguente ai cambiamenti climatici. Tocca poi le località simbolo del turismo di massa “tutto compreso” – Benidorm e Ibiza in Spagna, Cancún in Messico (ma curiosamente non Sharm El Sheik), invischiate nel declino conseguente al degrado ambientale e sociale provocato dal turismo. Si trasferisce poi dall’altra parte del mondo, tra i giganteschi progetti edilizi di Dubai - parchi a tema, centri commerciali, hotel di lusso – o tra il nascente turismo cinese che muove i primi passi sull’isola di Sanya e a Hong Kong. A Miami, in Florida, sale a bordo della Freedom of the Seas, la più grande nave da crociera al mondo. In Costa Rica analizza luci e ombre dell’ecoturismo, e in Tailandia esplora il lato oscuro delle nostre vacanze, il turismo sessuale, ma anche il controverso ruolo dei viaggiatori indipendenti (backpacker) nel preparare il terreno al turismo di massa. Tutte queste forme di turismo sono sostenute dall’incredibile espansione del trasporto aereo, soprattutto grazie alle compagnie low cost: nel 2006, per la prima volta nella storia, i passeggeri hanno superato la soglia dei 2 miliardi, e la maggior parte di loro sono appunto turisti.
Al termine di questo vertiginoso giro del mondo, diverse conclusioni si impongono con chiarezza. Per cominciare, l’attuale modello di sviluppo turistico non sembra avere un futuro, soprattutto perché non è sostenibile dal punto di vista ambientale: il trasporto aereo accelera il cambiamento climatico, e il numero di turisti supera regolarmente la capacità di accoglienza delle destinazioni. L’indicatore più eloquente è, quasi ovunque, la grave carenza d’acqua. I governi locali e gli operatori lo hanno forse capito, anche se sembrano più interessati a massimizzare i profitti nel tempo che resta. Infatti, paradossalmente, il denaro con cui paghiamo le nostre vacanze all’estero resta solo in minima parte nei luoghi visitati: sino al 90% del fatturato viene diviso tra compagnie aeree, Tour Operator, agenzie di viaggio, catene alberghiere ecc. Di certo solo una frazione arriva nelle tasche dei lavoratori del turismo, per lo più impiegati stagionalmente, sottopagati, maltrattati e discriminati (considerate ad esempio la nazionalità di chi svolge le mansioni più umili sulle lussuose navi da crociera). E questi problemi potranno solo aumentare via via che le nazioni emergenti vorranno entrare anch’esse nel reame dorato del turismo internazionale, com’è loro diritto del resto: basti pensare che a tutt’oggi solo il 5% della popolazione mondiale ha provato l’esperienza del volo, che ogni volta che decolla un aereo in India per metà dei passeggeri è il battesimo dei cieli, e che la sola classe media di quel Paese corrisponde all’intera popolazione degli Stati Uniti. Dall’analisi di Hickman emerge anche con chiarezza come il turismo non dovrebbe mai essere una monocultura, la sola o la principale attività economica del territorio, anche quando esiste una domanda potenziale in tal senso. Il turismo dà invece il meglio di sè quando è complementare alle attività economiche tradizionali.
Non sarà facile, anche se forse necessario, cambiare dalle fondamenta questo modello di sviluppo, ad esempio aprendo prospettive di turismo sostenibile, responsabile, gestito direttamente dalle comunità che accolgono i visitatori. Di certo da tempo il turismo si muove lungo sentieri conosciuti, ed è giunto il tempo di cercare soluzioni creative e originali. Ad esempio il Centre for Future Studies ha proposto di limitare l’accesso ai posti più ambiti del pianeta – siano città d’arte o ecosistemi fragili –ai vincitori di una lotteria mondiale, da tenersi ogni anno sul Web. Nel frattempo comunque ciascuno di noi può fare la sua parte modificando il proprio stile di viaggio, valorizzando la qualità invece della quantità. E quindi viaggiare meno, ma meglio, per periodi più lunghi; viaggiare più lentamente (“Slow travel”), utilizzando anche il treno o i mezzi pubblici e non solo l’aereo; soggiornare in piccoli hotel gestiti da locali, o nei bed & breakfast, piuttosto che nei grandi alberghi. Hickman propone anche un interessante modello su base triennale: il primo anno possiamo concederci un lungo viaggio internazionale usando l’aereo; l’anno seguente un viaggio all’estero nel raggio di 1.000 km, ad esempio in auto, o meglio in treno; il terzo anno, per compensare, dovremmo invece restare nel nostro Paese, visitandolo in bicicletta o coi mezzi pubblici. Personalmente mi sento di consigliare questo schema a tutti i lettori: anche a prescindere da considerazioni ecologiche, vi permetterà di avere esperienze più significative e interessanti. Del resto che senso ha, al termine di una settimana di lavoro, trascorrere un giorno e mezzo in qualche capitale europea, anche se i costi delle compagnie low cost lo consentono? Sono esperienze che lasciano solo stanchezza e confusione, o restano nei limiti di uno shopping banale. Un diverso modo di viaggiare sarà invece il miglior contributo alla nostra crescita personale e alla tutela dei luoghi che amiamo: per molti di loro del resto, come recita il titolo del libro, questa è l’ultima chiamata.


Leo Hickman, «The Final Call. In Search of the True Cost of Our Holidays», Guardian Books, Londra 2007, pp.400, £12.99.

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Non è facile immaginare che il romantico acquerello possa ancora dire la sua nel tempo della fotografia digitale, eppure sempre più viaggiatori riscoprono il piacevole esercizio del “carnet di viaggio”, diari di viaggio che alternano testi e disegni, e richiedono dunque eguale abilità nei due ambiti espressivi. I carnet hanno conosciuto la loro età dell’oro tra XVI e XIX secolo quando ogni artista, lontano da casa, aveva con sè un album e un piccolo atelier portatile. I carnet di viaggio hanno così raccontato l’età delle grandi esplorazioni, il Grand Tour italiano, i viaggi borghesi dell’Ottocento, e hanno costituito un genere, minore quanto si vuole, che è stato tuttavia coltivato da pittori e scrittori famosi: basti pensare ai meravigliosi quaderni polinesiani di Gauguin, agli album orientalistici di Delacroix, alle pagine veneziane di Ruskin, ai ricordi romani di Goethe.
L’affermazione del turismo, con i suoi ritmi affrettati, e soprattutto l’introduzione della fotografia provocarono il temporaneo declino del carnet, ma in tempi più vicini a noi i collezionisti e gli autori sono nuovamente aumentati, specie in Francia dove, a Clermont-Ferrand, si tiene una manifestazione a loro interamente dedicata (www.biennale-carnetdevoyage.com). In Italia la rinascita è legata soprattutto all’opera di Stefano Faravelli che, dopo alcuni esperimenti, nel 2005 si è rivolto al grande pubblico con due carnet dedicati a Cina e Mali. Nel frattempo anche altri editori hanno cominciato a proporre queste opere: per esempio l’editore fbe ha appena tradotto il lavoro di Charles Chauderlot, “Pechino. Ultimi sguardi sulla città antica”. Gli autori di carnet sono molto originali e creativi, e utilizzano le tecniche più strane, alternando mete vicine e lontane: per esempio il carnet più originale del 2006 era dedicato all’Antartide (Christophe Verdier, “Antartide. Un’estate al Polo Sud”, EDT), mentre da poco ne è stato pubblicato uno pregevole su Torino (Giacomo Soffiantino e Dario Voltolini, “Torino fatta ad arte”, EDT).
La riscoperta del carnet si lega naturalmente al nuovo apprezzamento per stili di viaggio lenti, ma che proprio per questo consentono di entrare meglio in contatto con i luoghi e le persone. E il carnet è soprattutto una scuola di osservazione, un’educazione dello sguardo: impariamo a comprendere ciò che ci circonda proprio attraverso lo sforzo di raffigurarlo e ricrearlo. Per questo è importante realizzare il proprio carnet, o almeno buona parte di esso, durante il viaggio, e non al ritorno, quando molte impressioni ed emozioni saranno svanite. Una volta a casa, ci sarà comunque tempo e modo di sistemare e completare l’opera.
L’esercizio del carnet di viaggio è consigliabile davvero a tutti, anche a chi non ha un particolare talento artistico. Solidi ed eleganti carnet si possono acquistare a prezzi ragionevoli nei negozi d’arte, ma in fondo basta anche un quaderno di medie dimensioni (meglio se con una copertina rigida). Potrete scrivere le vostre impressioni di viaggio, ma anche chiedere a chi si incontra per via di aggiungervi qualche riga. E se non siete a vostro agio con matita e pennelli, munitevi di forbici e colla: sul carnet si possono infatti incollare foto proprie e altrui, biglietti aerei o dell’autobus, ritagli di giornali locali, cataloghi di musei, menu di ristoranti, foglie e altri oggetti raccolti per strada. Non cercate di raccontare tutto (un carnet non è una guida) ma solo quello che vi ha colpito e che vi ha davvero interessato. Realizzare un carnet è un ottimo esercizio anche per i bambini, che alla fine di una faticosa giornata da turisti potranno ritrovare la tranquillità riordinando idee e impressioni, che si fisseranno per sempre nella memoria. E se sfogliare le nostre fotografie di viaggio a distanza di tempo ci dà spesso poco piacere (e di certo ne dà ben poco agli altri), un carnet saprà senza dubbio destare un più vivo interesse, e ci riporterà con immediatezza al tempo dei nostri viaggi. Anche se non siamo stati in India, a vedere l’elefante...


Un elefante proveniente dall'India fu alloggiato in una stalla oscura.
La gente che non aveva mai visto un simile animale si precipitò ad ammirarlo.
Poiché non si vedeva nulla a causa del buio, le persone si misero a toccare l'animale.
Uno di essi toccò la proboscide e disse: "Questa bestia è fatta come un tubo!"; un altro ne palpò le orecchie: "Lo si direbbe piuttosto simile ad un ventilabro"; un terzo, toccando le zampe disse: "Neanche per sogno! L’elefante è tal quale ad una colonna”.
E così ciascuno di loro si mise a descriverlo a modo suo.
Fu un vero peccato che non avessero una lampada per mettersi d'accordo.

Questo apologo del grande maestro sufi Jalâl-ud Dîn Rûmî (1207-1273) illustra con limpida ironia la parziale verità di ogni religione, e la necessità di ricondurre ogni parte al tutto, rischiarando la scena con la lampada della storia e della ragione. Una luce meridiana di cui tanto più si avverte la necessità in questi tempi oscuri, nei quali le religioni coltivano il gusto disdegnoso dell’identità e della differenza tanto che, come ha argutamente osservato Moni Ovadia, “occorre difendere Dio dai credenti”. La via d’uscita dall’oscurità non è tuttavia un banale sincretismo, ma piuttosto la consapevolezza degli incroci, dei prestiti, degli scambi tra religioni, soprattutto delle radici comuni e delle successive confluenze.
Proprio intorno a questo apologo, che dà anche il titolo al libro, il pittore-filosofo Stefano Faravelli ha costruito il suo carnet di viaggio in India, dove le più diverse religioni convivono in precaria ma durevole unione, costituendo l’elefante mistico: proboscide islam, orecchio sikh, zampa indù... Il filo dell’itinerario, che si è dipanato attraverso i luoghi sacri di nove stati dal Punjab al Tamil Nadu, ha così cucito tra loro la Dehli dei grandi monumenti moghul e delle più nascoste confraternite sufi; il tempio d’oro dei Sikh ad Amritsar; Lucknow città scita; i pellegrinaggi buddisti a Sanchi; i volti e i riti dei parsi, gli ultimi zoroastriani, per le strade di Bombay; i Jaina a Shravanabelgola; ma anche la Goa gesuita con le sue chiese tridentine, o la piccola e struggente sinagoga di Mattancherry. Visioni di Dio che nuotano nel grande mare dell’induismo, celebrato naturalmente a Varanasi, la città più antica, il punto da cui l’universo stesso si sarebbe espanso secondo quella religione.
È un’India dove storia e geografia divengono teofania, rivelazione del divino. Qui la danza di Dio ha generato il mondo, modellato paesaggi, impresso ovunque impronte di sè talora appena accennate – un albero, una fonte, la tomba di un santo – talora profonde – montagne e città – in ogni caso con regole proprie e nascoste, secondo l’antico detto: “Se il santo cammina sulla sabbia non lascia traccia, se cammina sulla roccia i suoi piedi vi lasciano l’impronta. Se è al sole non proietta ombra; nell’oscurità una luce emana da lui”. Questi luoghi sono un segnale per i pellegrini che cercano la Via, varchi aperti verso il cielo, porte spalancate su “Colui che apre ogni porta”.
E l’india moderna, il gigante economico, il Paese dell’informatica?, si chiederà il lettore. Nel libro non è quasi menzionata, se non di passaggio, eppure c’è sempre, ombra che si pretende realtà, potenza cieca, inconsapevole e minacciosa, che avanza a grandi passi scomposti distruggendo quasi senza accorgersene le manifestazioni di una civiltà millenaria. Si potrebbe ovviamente obiettare a questa visione, argomentare, distinguere, ma non qui, non ora. Meglio per una volta abbandonarsi al piacere dei colori e delle parole, e arrendersi all’autore di questo splendido libro.


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